Per far rivivere al pubblico la grandezza di un antico artista, soprattutto di un grande drammaturgo greco come Eschilo, non ci vuole solo un’esaustiva comprensione dell’opera rappresentata, ma anche abbastanza immaginazione per trovare nuovi mezzi con cui esprimere le emozioni provate dai personaggi e far sì che il pubblico possa empatizzare con loro. Solo così si potranno trasmettere gli stessi valori, sorprendentemente ancora attuali, che il drammaturgo voleva insegnare.
Gli studenti dell’università La Sapienza sono riusciti a fare proprio questo, con la propria rivisitazione della tragedia eschilea Supplici, andata in scena poche settimane fa nell’Aula magna dell’ateneo romano, nell’ambito del progetto “Theatron – Teatro Antico alla Sapienza”. Ogni aspetto della produzione, dalla traduzione dal greco (del Prof. Salvatore Monda, affiancato da studenti e dottorandi del dipartimento di Filologia, Letterature e Storia del mondo antico, con la supervisione della Prof.ssa Anna Maria Belardinelli) alla regia e alla messa in scena (firmata dal Maestro Adriano Evangelisti), è stato gestito dagli appassionati frequentatori dell’università, che si sono dedicati alla messa in scena con tutto il proprio impegno. Il risultato del loro duro lavoro è uno spettacolo che sa essere estremamente suggestivo nonostante la breve durata.
La tensione della storia delle cinquanta Danaidi, fuggite, con l’aiuto del padre Danao, ad Argo, per salvarsi da un matrimonio forzato imposto dal loro zio Egitto, si sente fin dai primi secondi dello spettacolo, dove le sorelle in fuga sono tormentate dal suono ritmico ed allarmante delle cinture dei propri persecutori, gli arroganti cugini (nella foto sopra), e dalle loro cravatte lussureggianti, alla cui vista le ragazze tremano per il terrore.
Dopo l’arrivo ad Argo di Danao e le sue figlie, si svolge la storia che conosciamo. Ritroviamo la disperazione delle giovani supplici, la premura del loro gentile padre, e il dilemma tragico del democratico sovrano della città, Pelasgo.
Uno dei punti di forza di questo adattamento è stato l’uso degli oggetti di scena e della luce per esprimere le forti emozioni dei personaggi. Alla rassicurante atmosfera della scena in cui Pelasgo ascolta i sentimenti delle supplici, e di quella in cui Danao annuncia, gioioso, l’accoglienza ad Argo, si contrappone l’incubo che è la preghiera notturna delle Danaidi a Zeus, dove, nel buio, solo due luci risplendono: la flebile lucina di una minuscola candela a bordo palco, unico simbolo di speranza per le ragazze, e quella gelida delle numerose torce, appartenenti forse ai pretendenti, che le braccano senza dar loro pace.
Questa cura per gli effetti speciali è riuscita a coprire quello che si può considerare un piccolo difetto dell’opera: la mancanza di varietà nei toni di voce usati dagli attori, che pare abbia tolto intensità ad alcune delle scene più importanti. Ciò sarebbe stato reso peggiore dall’acustica del teatro, che non era, secondo molti spettatori, delle migliori.
Nonostante, però, qualunque critica che possa essere rivolta a questo adattamento, c’è una cosa che non si può negare: la forza con cui esso trasmette il proprio messaggio. Alla fine della storia, assistiamo al tentato rapimento dei figli d’Egitto ai danni delle Danaidi, che, disperate, cercano di difendersi come possono. La tensione sale alle stelle. Danao e Pelasgo cercano, invano, di placare con le parole l’insaziabile arroganza degli uomini persecutori. La più piccola delle sorelle si tiene stretto il simbolo della propria innocenza: un tenero e umile orsacchiotto bianco, il quale poi lei offrirà ai propri cugini, come in un futile tentativo di richiamarli all’empatia. La violenza, sia fisica che psicologica, che le ragazze, costrette a sposarsi, subiscono, colpisce subito lo spettatore a causa della sua brutale verosimiglianza.
La storia raccontata in “Supplici” è sempre stata, infatti, reale per un’incalcolabile quantità di donne e ragazze in tutto il mondo. Ancora oggi, in diversi paesi, tantissime piccole Danaidi stanno cercando di salvarsi da matrimoni prematuri, soprusi e violenze da parte degli uomini adulti intorno a loro e di governi che, a differenza del buon re Pelasgo, ignorano le palme alzate al cielo, i pianti e le urla di aiuto.
Tutti gli insegnanti che hanno partecipato alla preparazione dell’opera erano molto fieri non solo di come i propri alunni hanno recitato, ma anche di come abbiano portato il messaggio al pubblico. Tra essi, il maestro Adriano Evangelisti, il quale ha parlato, alla fine dello spettacolo, del lavoro che una sua collega, la professoressa Anna Maria Belardinelli, incaricata della supervisione del progetto, sta facendo per sensibilizzare, attraverso la divulgazione, quante più persone possibile affinché conoscano gli orrori a cui le spose bambine vanno incontro.
Questo può essere definito un magnifico caso di come l’arte può sia imitare la vita, che cambiarla in meglio. E’ impressionante come il grande Eschilo, pur essendo così lontano da noi sia nel tempo che nello spazio, abbia anticipato in modo impressionante i valori e gli ideali che noi non smetteremo mai di inseguire.
