“L’omofobia è una forma di apartheid, com’è possibile lottare contro il razzismo e non contro l’omofobia?”
Sono parole di Desmond Tutu, oppositore dell’apartheid e vincitore del premio Nobel per la pace nel 1984. Il tema dell’omosessualità è ancora oggi molto discusso da attivisti che lottano per la parità di diritti tra la comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) e coloro che questi diritti li negano. Il movimento omosessuale contemporaneo nasce nella notte del 28 giugno 1969 quando, nel bar gay “Stonewall Inn” a New York, la polizia irrompe con violenza, come decine di altre volte, con l’intento di disperdere i clienti.

A differenza delle volte precedenti però, una ragazza transessuale, Sylvia Rivera, si ribella, lanciando contro la polizia una bottiglia e scatenando così la prima rivolta. La ragazza diventa un simbolo: guida i manifestanti dei moti di Stonewall, una serie di violentissimi scontri tra la comunità LGBT e la polizia newyorkese scaturiti da quella notte. Dal ’69 al 2019 sono certamente stati registrati dei progressi, ma non quanti ci si aspetterebbe. Soltanto il 19 maggio 1990 l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) elimina l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali. Un importante passo avanti, certo, ma per contro ci sono numerose angherie che vengono ancora compiute nei confronti degli omosessuali. Secondo una ricerca, nell’ultimo anno sono circa 70 i Paesi in cui l’omosessualità è illegale; 32 quelli in cui sono presenti restrizioni alla libertà di pensiero della comunità LGBT in rete; ben 41 i paesi nei quali vige il divieto di attività per le associazioni che tutelano e/o promuovono i diritti di questa comunità.
E, per ultimo, il dato più scioccante: in 8 paesi gli omosessuali sono condannabili con la pena di morte. Il Brunei, l’Arabia Saudita, lo Yemen, la Nigeria, il Sudean, la Somalia e la Mauritania vantano questa legge terrificante. Perché nessuno interviene per fermare questo abominio? Soffermiamoci sulla Turchia: la legge non proibisce l’omosessualità, ma esiste il reato di “esibizionismo in pubblico”, che in sostanza condanna qualsiasi manifestazione affettiva delle coppie gay. Nel regolamento sanitario dell’esercito, inoltre, l’omosessualità è considerata come una malattia e i cittadini turchi, che hanno orientamenti sessuali diversi da quello etero, non possono prestare servizio militare al proprio Paese. Come se non bastasse, nel 2017 la prefettura di Ankara ha sospeso a tempo indeterminato le manifestazioni LGBT. Quando alcuni attivisti hanno sfidato il divieto organizzando un gay pride non autorizzato, la polizia si è scagliata contro i manifestanti con lacrimogeni e proiettili di gomma, trasformando il raduno colorato in una festa del terrore.

In Italia, per fortuna, non si è ancora arrivati a livelli così estremi, ma non dobbiamo commettere l’errore di pensare che siamo un popolo tollerante. Nonostante alcune leggi (comunque troppo poche) tutelino la comunità LGBT, l’odio sociale cresce, sfociando in atti di violenza compiuti anche dai giovanissimi, che dovrebbero invece avere una mentalità più aperta.
L’omofobia si sviluppa già all’interno delle mura scolastiche, tra i banchi di scuola, partendo da quando i piccoli delle elementari chiamano un compagno “gay” solo per schernirlo, passando per le medie, nelle quali il diverso viene isolato, arrivando al liceo, dove gli insulti si trasformano in spinte, che diventano schiaffi, poi calci, poi minacce che vanno a depositarsi sulle spalle del ragazzo, abbandonato dalla famiglia, dalla scuola, dalla legge, e che lo portano a soffocare la propria identità o, in certi casi, al suicidio.
Ma la violenza trova appoggio nell’omertà, della quale siamo tutti colpevoli. Perché, dunque, permettiamo che simili eventi accadano?
Perché abbiamo lasciato che il 16 aprile, a Bologna, due ragazzi fossero picchiati e minacciati, solo perché erano usciti da un locale anziché da un altro? Perchè abbiamo permesso che il 2 maggio, a Varcaturo, vicino Napoli, un uomo trans venisse massacrato dal vicino di casa? Dovremmo tutti farci un esame di coscienza. Perché, fin quando qualcuno viene discriminato a causa del proprio orientamento sessuale, siamo tutti vittime e colpevoli.
Dobbiamo difendere e punire, non abbassare gli occhi e sperare che tocchi a un altro.
