Il silenzio, l’ultima opera di un grande scrittore. Don DeLillo si è consolidato da tempo come uno dei più grandi autori della narrativa contemporanea. In America, l’autore di Underworld e Cosmopolis è comparato ad autori del calibro di Cormac Mccarthy e Thomas Pynchon, ma questa è una definizione che molti reputano lecito stravolgere, sostenendo che a essere comparati a Don DeLillo sono proprio McCarthy e Pynchon. Nel Silenzio, lo scrittore italo-americano si cimenta in quella che possiamo considerare la sua ultima fatica letteraria. All’età di ottantaquattro anni, De Lillo abbandona il mondo della scrittura e lo fa trasportando il lettore nella propria definizione di Apocalisse, nella storia di cinque persone che avvertono il crollo della loro impostazione sociale e del loro essere se stessi. Don DeLillo pone i suddetti individui -Diane Lucas, una professoressa di fisica, suo marito Max, il suo miglior allievo Martin Dekker e i loro amici, Martin e Tessa Kripps – in un contesto in cui tutti i dispositivi tecnologici smettono di funzionare e mette da parte tutte le dinamiche accessorie che non li riguardano. Le poche pagine che compongono il romanzo breve (o racconto lungo) li vedono intenti a divagare sulla loro condizione, quella del passato e quella del presente, fra loro e anche con loro stessi. La presenza di queste introspezioni indurrebbe i lettori più disattenti a credere che la storia, già di per sé statica, sia particolarmente verbosa; in verità la sapiente scrittura di DeLillo non manca mai di suggerire loro che le parole dei personaggi rimangano inespresse, che perfino un dialogo si riduce a essere la speranza o il terrore di quello che l’altro può arrivare a dirti.

Mentre DeLillo parla di isolamento con la sua penna fredda, filtra nel lettore l’idea che noi stessi, senza uno schermo che ci protegge, risultiamo insulsi, persi in un noi in cui non ci riconosciamo. Una paranoia individuale che assale tutti i protagonisti, ma che conosce la sua massima intensità in quelli di Max, Martin e Diane. Il primo, che senza la propria televisione arriva a ripetere le parole e i suoni che componevano i programmi e le pubblicità che scandivano i suoi giorni, mentre lascia annegare il proprio patimento nell’alcol; il secondo, che si perde nelle più improbabili elucubrazioni fisiche e complottistiche, che passano dal tirare in mezzo il nome di Einstein al coinvolgere la mafia giapponese; la terza, così radicalmente pentita delle scelte compiute in vita e di quelle che non riuscirà mai a mettere in atto da risultare vacua, contraddittoria, perversa.
Il silenzio rappresenta il culmine di una carriera che non si è mai smentita, De Lillo ripropone con la manifesta intenzione di risultare ostico e traviante un’opera che di certo non sarà in grado di allietare coloro che cercano avvenimenti rocamboleschi o colpi di scena da strabuzzare gli occhi, ma che è portatrice di un vasto corpus di riflessioni che sarebbe lecito porsi se ogni via di comunicazione, di colpo, tacesse.

Immagine di copertina di Thousand Robots Thousandrobots (talk). – https://www.flickr.com/photos/thousandrobots/5371974016/in/photostream/, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20871357

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