C’è un momento preciso, di fronte alla visione di un film, alla vista di un’opera d’arte o alla lettura di un libro, in cui il ruolo di insegnante sfuma e resta soltanto la persona. Da docente di lettere, trascorro le mie giornate ad insegnare ai ragazzi la bellezza delle parole, l’importanza della memoria, la forza e l’universalità della poesia di fronte al dolore. Ma di fronte a Se domani non torno, film sulla drammatica vicenda di Giulia Cecchettin, visto in anteprima per la stampa all’Auditorium Parco della Musica, e durante la conferenza stampa con il cast e con il papà di Giulia, Gino, sono rimasta semplicemente in silenzio, con gli occhi lucidi, travolta da una profonda commozione.

Ci sono dettagli che non si cancellano, che sono rimasti impressi nella mente e nel cuore: lo sguardo del Gino Cecchettin personaggio, interpretato dal bravissimo Filippo Timi, velato, per tutta la durata del film, da uno strato di tristezza e umido di pianto; il suo è uno sguardo lucido, velato da una dignità dolorosa, che racchiude tutto il peso inspiegabile di un addio senza premessa. È il ritratto di chi continua a stare in piedi anche quando il terreno sotto i piedi è crollato.

ALICE NELLA CITTA’,23.10.2026 SE DOMANI NON TORNO Cristina Mikhaiel. Da sinistra: Guglielmo Marchetti (produttore), Tommaso Allione (Davide Cecchettin) Sabrina Martina (Giulia), Paola Randi (regista), Tecla Bossi (Elena) e Filippo Timi (Gino Cecchettin)

Poi c’è il sorriso di Giulia, interpretata da Sabrina Martina, toccante nel trasmettere quella luce viva, spontanea, quell’energia limpida che caratterizzava la ragazza, dai racconti della famiglia, e che ha reso la sua assenza ancora più vivida, una voragine incolmabile. E infine, la determinazione scolpita negli occhi di Elena, la bravissima Tecla Bossi, vero “agente di cambiamento”, così sono definiti da Gino Cecchettin coloro che si mobilitano per scardinare questo male endemico e sistemico della nostra società; Elena è colei che non accetta la resa, che si fa voce, forza e battaglia per chi non può più parlare, è colei che “fa rumore”.

Sabrina Martina durante la conferenza stampa

È stato proprio Gino Cecchettin, presidente della Fondazione Giulia Cecchettin, ad aprire la conferenza stampa, seguita alla visione del film, sottolineando l’importanza del raccontare il dolore sia per una funzione catartica e terapeutica ma anche per sensibilizzare ad un senso di responsabilità condivisa. Perché, come poi affermato dalla sceneggiatrice, Lisa Nur Sultan, tali atti delittuosi sono frutto di un sistema patriarcale, presente e radicato nella nostra cultura e società da sempre. L’unico modo per tentare di estirpare questo male – conclude – è  la prevenzione attraverso  l’inserimento dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, educando fin da bambini all’uguaglianza di genere, all’accettazione di un rifiuto, al concetto di amore e non di possesso.

Tecla Bossi

Ma il cuore di quest’opera, ci dice la regista Paola Randi,  non è tanto il crimine, quanto l’assenza. Cosa si prova di fronte alla mancanza improvvisa di un proprio caro? È uno stravolgimento che paralizza la quotidianità. Il film esplora il tempo sospeso che segue una sparizione, quell’eco pesante che riempie le stanze vuote, i gesti rimasti a metà, quel posto vuoto a tavola. Il continuo alternare piani temporali diversi tra la gioia e serenità del passato e il vuoto del presente rende questa assenza una “presenza” tangibile. Anche l’ambientazione così grigia, la nebbia persistente, le musiche non fanno da semplice cornice, ma diventano un’estensione dell’animo dei protagonisti: le inquadrature, i silenzi, le note musicali traducono la nebbia interiore e la solitudine che attanaglia chi resta.

Mai viene citato, come anche nel libro, il nome dell’assassino: scelta potente e consapevole. Non dare spazio all’omicida è una presa di posizione etica e stilistica fondamentale: non si concede il palcoscenico a chi ha tolto la vita, non gli si regala narrazione o comprensione. Tutta l’attenzione, tutto l’amore, tutta la memoria restano focalizzati sulla quotidianità di una famiglia sconvolta, sui legami spezzati e sulla dignità di chi soffre. Il messaggio che emerge con devastante nitidezza è quello della autodeterminazione di Giulia. Giulia non è definita dalla fine che le è stata imposta, ma dalla libertà con cui ha scelto di vivere. Il film celebra il suo diritto di scegliere il proprio percorso, le proprie ambizioni, il proprio futuro, ad ogni costo — un’affermazione di indipendenza e di dignità che rifiuta qualsiasi forma di possesso o controllo.

Come educatrice, guardando gli occhi lucidi di quel padre e la forza di quella sorella, mi sono chiesta come trasmettere tutto questo ai miei studenti. Se domani non torno non è solo un racconto di dolore, è un inno alla vita che resta, un monito sulla libertà individuale, un promemoria di quanto sia prezioso e fragile ogni singolo giorno condiviso con chi amiamo, un invito a non restare in silenzio ma a FARE RUMORE.

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