La letteratura e il cinema non hanno sempre descritto principi azzurri. Molto spesso abbiamo incontrato dei veri e propri mostri per i quali, incredibilmente, non abbiamo simpatizzato solo noi lettori ma anche le eroine delle stesse storie. Come si fa a non provare ribrezzo per una bestia, come possiamo innamorarci di un uomo odiato da tutti quando possiamo sceglierne uno gentile? Perché ci innamoriamo dei mostri?
Quando da bambine abbiamo visto La bella e la bestia, la nostra prima domanda è stata: ma come può la ragazza più bella della sua città innamorarsi di una bestia? Eppure il senso di disapprovazione nel momento in cui il protagonista torna umano è stato sconvolgente. Si tratta quindi di un sentimento radicato in noi, che prescinde dal concetto di bellezza.Analizziamo quindi alcune donne che hanno scelto di amare l’emblema del male.

Cominciamo con un mito greco: la bellissima e mortale Psiche viene promessa sposa a una creatura mostruosa, temuta addirittura dagli dei. Abbandonata su una rupe viene portata in un palazzo incantato dove vive con un marito di cui ode solo la voce e di cui non può vedere il volto. Inizia ad amarlo profondamente senza mai vederne le fattezze. Un giorno Psiche infrange il divieto e accende una lampada ad olio, scopre che il “mostro” in realtà è Amore (Eros), il dio più bello di tutti. Psiche ama il mostro prima del dio: è capace di superare la paura dell’ignoto e il suo amore va oltre le aspettative sociali (ben radicate già nel II secolo d.C.). La redenzione passa attraverso il superamento del giudizio altrui. Tuttavia Eros si infuria per la mancanza di fiducia e fugge. Psiche è disperata e vaga in cerca di Amore, arrivando a scendere negli inferi. Amore si rende conto del suo sentimento nei confronti di Psiche e la cerca a sua volta. La storia termina con un lieto fine.
Amore è temuto dagli più grandi potenti, perché rappresenta il caos che sfugge all’ordine cosmico perfetto e ne distrugge la razionalità. Dunque il “mostro” di cui la donna si innamora non è soltanto il personaggio fisico, ma è l’Amore stesso nella sua forma più pura e selvaggia. Amare un mostro significa accettare un sentimento che fa paura alla società ordinata, esattamente come Eros faceva paura agli dèi.
Dal mito passiamo alla leggenda medievale: la storia di Tristano e Isotta ci rivela che spesso il “mostro” non ha zanne o artigli, ma è semplicemente l’uomo che la società ci ha insegnato a odiare.

Tristano è il nemico mortale: è responsabile della morte dello zio di Isotta, il gigante Morholt. Lei vede Tristano ferito a morte e nello stesso frangente scopre la sua identità di assassino. Impugna la spada per ucciderlo ma ne incrocia lo sguardo indebolito e vulnerabile. Allora Isotta compie un atto eversivo rispetto alla logica della guerra: rifiuta la lente del pregiudizio collettivo e sceglie di vederne la realtà fisica e psicologica. L’amore di Isotta è viscerale, il suo sentimento va oltre le norme sociali. Ma stavolta vince il mondo reale, segnato da regole e doveri. La storia si conclude quindi con la tragica morte di entrambi.
«C’era in lui una sorta di forza magnetica, una volontà così feroce che io mi sentivo paralizzata, incapace di muovermi o di urlare, come se fossi sotto l’effetto di un incantesimo.» 1897: Dracula. Il rapporto tra il conte Dracula e Mina Harker raggiunge un livello psicologico superiore.
Il conte Dracula non è pensato come creatura spaventosa e deforme, non incute timore esteriormente ma terrorizza interiormente: un nobile colto, elegante e affascinante non conquista con la forza bruta, ma con il magnetismo, l’ipnosi e la tentazione; si insinua subdolamente nei pensieri più reconditi delle sue vittime. Il rapporto con Mina Harker è disturbante, ma nonostante il brivido che trapela da questo legame ne rimaniamo affascinati anche noi lettori. Lei non è mai un semplice strumento passivo. Prova sulla propria pelle la duplice natura dell’attrazione per il male: il terrore di essere contaminata e, al tempo stesso, subisce il fascino del potere oscuro di Dracula. Si è creato un legame telepatico fortissimo da cui lei non può e non vuole staccarsi.
Mina non odia Dracula ma ne è fortemente affascinata. Dracula incarna l’opposto di tutto ciò che caratterizza la società vittoriana di Mina (fatta di regole rigide, moralismo e razionalità), ipnotico e senza limiti cattura l’attenzione di una donna che per tutta la vita ha seguito le regole. Dopo aver bevuto il sangue di Dracula, si crea tra loro un canale di comunicazione mentale diretto tra loro. Questo legame forzato genera una forma di intimità psicologica involontaria. Più entra nella mente di Dracula, più ne comprende la natura, oscillando tra il terrore di essere inghiottita dall’oscurità e una strana, inevitabile sintonia con la sua mente. Mina inoltre prova pietà per una figura tragica e sofferente. Ucciderlo equivaleva a liberarlo dalla dannazione eterna e ad affermare la vittoria della razionalità.

«Se io sono un mostro, è perché il mondo non mi ha mai dato la possibilità di essere un uomo.» Parigi, 1910. Christine Daaé è una giovane soprano svedese. Prima di morire, il padre le aveva promesso che sarebbe arrivato un “angelo della musica” per guidarla. Erik è un uomo nato con una terribile deformità facciale, rifiutato persino dalla madre. Cresce sviluppando un carattere cupo e solitario. Viene presentato come un genio nell’architettura, della magia, della ventriloquia e, soprattutto, della musica. Vive nei cunicoli sotterranei del palazzo dell’Opera di Parigi (Palais Garnier). Avrete riconosciuto la storia immaginata Gaston Leroux, Il fantasma dell’Opera. Lui si presenta a lei parlandole attraverso i muri del suo camerino e presentandosi come “angelo della musica”. Si crea così un legame forte tra loro. La situazione precipita quando entra in scena Raoul de Chagny, un giovane visconte e amico d’infanzia di Christine: i due si ritrovano e si innamorano.
Erik ha sviluppato un’ossessione per Christine che rappresenta per lui l’unica possibilità di accedere alla felicità e all’amore umano che gli è sempre stato negato, diventando così estremamente geloso. Erik rapisce Christine durante un’esibizione e la porta nella sua dimora segreta nei sotterranei. Cerca di conquistarla ma lei, presa dalla curiosità, gli strappa la maschera dal volto. Ne consegue un’esplosione di rabbia e frustrazione da parte del nostro “fantasma”, convinto che la sua deformità abbia inorridito la donna che ama. Erik cattura Raoul (sceso nei sotterranei per salvare Christine) e mette la ragazza di fronte a una scelta terribile: sposarlo e vivere nell’ombra dei sotterranei per sempre o rifiutarlo, provocando la morte di Raoul e la distruzione dell’intero teatro. Christine non fugge, lo guarda negli occhi, piange per lui e gli dona un bacio sincero sulla fronte.
«Mi ha guardato senza terrore… ha pianto con me… e mi ha baciato. Non ho più voluto nulla, l’ho lasciata andare».
Un esempio emblematico della cultura pop è sicuramente Twilight, scritto da Stephenie Meyer e diretto da Catherine Hardwicke. Edward Cullen è un vampiro, un predatore che per natura è spinto da un forte sentimento omicida. Per lui, infatti, il sangue di Bella è irresistibile: il loro legame nasce quindi in una situazione di pericolo, in una zona sottile tra desiderio di protezione e l’istinto di distruzione. Bella incarna la fascinazione per ciò che è straordinario, letale e proibito, ed è l’unica a non percepire Edward come un mostro. Nonostante sia ben consapevole della sua duplice natura sceglie attivamente di amarlo. Questo sentimento fa sì che Edward stesso non si percepisca più come un mostro.

«Era il nostro matrimonio… ma quando ho raggiunto l’altare tu non c’eri. Davanti a me, in piedi, nel suo abito nero, c’era la Morte. Ma ero così felice! Non ero mai stata così felice come in quel momento, quando tenevo per mano la Morte.»
Le ferite primordiali generano dei mostri, così definiti dalla società. Ma non dalle donne che sono riuscite ad andare oltre l’apparenza. Hanno acceso una luce nelle vite di personaggi che tutto apparivano tranne che vittime. Quante donne lo fanno ancora oggi: amare qualcuno al di là delle convenzioni sociali. I mostri da combattere sono le ferite nell’animo di ognuno di noi, l’affetto non ricevuto e le ferite non rimarginate che non creano creature malvagie, ma esseri spaventati. Questo le nostre eroine lo avevano capito bene.
Il mostro non ha bisogno di catene, ma di qualcuno che riesca a guardarlo senza tremare, per ricordargli chi era prima di diventare l’ombra di sé stesso.
