Quasi ottanta anni fa l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha redatto una lista che indicava le patologie più impattanti sulla qualità della vita. Tra tali malattie figurava anche il disturbo ossessivo-compulsivo, meglio conosciuto con l’acronimo “DOC”, definito in modo specifico con l’edizione dell’OMS del 1990.
Per conoscere meglio la patologia il primo elemento da analizzare riguarda il suo nome, che racchiude, in sole tre parole, un gran numero di informazioni. Il primo termine, “disturbo”, indica una sindrome che inficia la qualità della vita del soggetto colpito, mentre il secondo, “ossessivo”, fa riferimento alla presenza di ossessioni, cioè immagini o pensieri ricorrenti e fastidiosi. Il terzo, “compulsivo”, rimanda alla caratteristica più evidente di chi è colpito dal DOC, ovverosia le compulsioni, cioè un comportamento che ha lo scopo di modulare lo stato di malessere provocato dalle ossessioni.
Bisogna tenere a mente che le ossessioni hanno spesso un carattere catastrofico e perciò sono fonte di ansia. Un ipotetico meccanismo alla base del disturbo potrebbe essere il seguente: ricorrenti pensieri su disastri aerei di vario tipo inducono un’eventuale persona malata a battere le mani esattamente tre volte prima di prendere qualsiasi volo. Nell’esempio riportato risulta chiaro che le compulsioni non devono necessariamente avere un senso, bensì possono essere un qualsiasi gesto o processo mentale volto a diminuire lo stress, sebbene il nesso tra le due cose non sia sempre evidente, come nel modello proposto. Altro dettaglio importante per la comprensione della patologia è l’elemento della consapevolezza: il malato è cosciente che i rituali di cui si avvale per rispondere alle ossessioni non hanno alcun senso, ma non riesce comunque a farne a meno, in quanto la pressione psicologica da sopportare, qualora le compulsioni venissero meno, sarebbe schiacciante.

Le cause della malattia di cui si è trattato finora sono in gran parte sconosciute, sebbene esse sembrino essere legate principalmente a fattori genetici e a esperienze traumatiche. L’esordio psicopatologico è più comune in due fasce d’età: quella che va dai 7 agli 11 anni e quella che copre, invece, l’arco temporale tra i 18 e i 25 anni di età. Una simile distribuzione dei casi potrebbe essere legata a una condizione, la Pediatric Autoimmune Neuropsychiatric Disorders Associated with Streptococcal infections, abbreviata con l’acronimo PANDAS, nella quale, nel caso di bambini e adolescenti, un’infezione da streptococco provoca una sindrome autoimmune che colpisce il cervello, dando origine a disturbi come il DOC. Per trattare una simile minaccia, il genere umano ha sviluppato alcune terapie, le quali, pur non risultando sempre efficaci, essendo il DOC una patologia molto resistente ai trattamenti, costituiscono sicuramente dei progressi importanti rispetto alle metodologie appartenenti al passato. La strategia più efficace consiste nel combinare psicoterapia ad indirizzo cognitivo-comportamentale e farmaci mirati. Tra i farmaci più comunemente somministrati ai pazienti affetti da DOC vi sono gli SSRI, spesso usati nel trattamento di depressione e ansia, e gli antipsicotici atipici. È opportuno ricordare che il dosaggio di SSRI usato nel trattamento del DOC è quasi sempre maggiore di quello ritenuto opportuno nel caso della depressione, arrivando talvolta a raggiungere il massimo tollerabile dal corpo del paziente.

È dunque necessario investire sulla ricerca per mettere a punto terapie ancora migliori, ma è anche necessario intervenire da un punto di vista culturale, per eliminare lo stigma che colpisce gli individui affetti dal DOC. Anche se è difficile immaginare un mondo completamente libero dai pregiudizi e, per usare un’espressione leopardiana, “unito in una social catena” al punto da accogliere completamente i soggetti malati.
