La strage a scuola, in inglese school shooting, è un fenomeno molto distante dalla realtà italiana. Non è raro, però, in altre parti del mondo. Al primo posto ci sono gli Stati Uniti d’America, con più di 16 massacri avvenuti nelle scuole dagli anni Trenta (tristemente famoso lo school shooting avvenuto nella Columbine High School il 20 aprile 1999). Non solo Usa, dunque. Recentemente Vladislav Rosljakov, 19 anni, ha aperto il fuoco contro i suoi compagni in un istituto tecnico di Kerch, in Crimea, uccidendone 19 e ferendone oltre cinquanta.

Quali sono i fattori che conducono un ragazzo ad uccidere?
Lo psicologo statunitense Peter Langman, nel suo libro Why Kids Kill, Inside the Minds of School Shooters, parla di tre tipi diversi di ragazzi-killer: il killer traumatizzato, il killer psicopatico e il killer psicotico.
I killer traumatizzati provengono da famiglie disfunzionali: segnate cioè da povertà e abusi in casa. Molti di loro sono stati abusati sessualmente. I genitori sono poveri, i bambini rimbalzano tra mamma e papà, a volte con la nonna, a volte con i servizi sociali. Non conoscono stabilità. Alla fine, rabbia e depressione aumentano fino a scoppiare.
Gli altri due tipi provengono da famiglie sostanzialmente stabili. Il tipo psicopatico è narcisista, non si preoccupa delle altre persone, non ha empatia, non ha rimorsi, non ha rispetto per le leggi, i regolamenti o l’autorità. Fa ciò che ha voglia di fare. È spesso sadico: prova dunque il brivido di esercitare potere sulla vita e sulla morte. In genere, i tipi di killer psicopatici non provengono da un vero gruppo sociale forte. Potrebbero avere alcuni amici e potrebbero avere dei seguaci, ma la maggior parte di loro sono piuttosto isolati.
Invece, a caratterizzare l’ultima tipologia, quella del killer psicotico, è un vero e proprio isolamento. Questo gruppo è sotto lo spettro della schizofrenia. Prendiamo ad esempio Seung-Hui Cho, l’assassino della Virginia Tech (32 morti). Non aveva un amico, non ha parlato con nessuno in quattro anni di college. Hanno di frequente delle allucinazioni, sentono voci che parlano loro, hanno deliri paranoici e manie di grandezza.

Qual è il ruolo dei media?
Difficile stabilirlo. Esistono milioni di bambini e adulti che giocano con videogiochi sparatutto e guardano film violenti, ma a videogioco spento non toccano mai una pistola. Alcuni bambini invece sono a rischio: potrebbero essere vicini al limite, e magari lo valicano trovando ispirazione nei media violenti.
Statisticamente parlando, le sparatorie scolastiche sono atti rari. Purtroppo non esiste la possibilità di identificare prima la persona che sta progettando una strage. Questo perché non esiste un metodo perfetto per anticipare le mosse dei killer. Ad esempio, quando il 24 ottobre 2014 lo studente Jaylen Fryberg ferì mortalmente 4 persone prima di uccidersi, i suoi conoscenti increduli ammisero che non si sarebbero mai aspettati un gesto simile da lui. Dissero che non corrispondeva al “profilo del serial killer”. La verità è che non esiste un profilo. Gli school shooters non sono tutti vittime di bullismo; non sono tutti solitari e non sono tutti ossessionati da videogiochi violenti o armi da fuoco. A volte commettono attacchi casuali contro estranei. A volte conducono attacchi focalizzati su persone specifiche e talvolta ci sono vittime sia casuali che mirate.
Nel libro School Shooters: Understanding High School, College, and Adult Perpetrators, Langman analizza le ragioni di questi atti di violenza, concentrandosi su elementi come il fallimento. Molti ragazzi-killer hanno avuto significativi fallimenti accademici e problemi disciplinari nelle loro scuole, e queste difficoltà possono avere alimentato la loro rabbia.

I killer adulti hanno spesso sperimentato ripetuti fallimenti lavorativi e hanno affrontato gravi tensioni finanziarie, che sono state una causa significativa della loro rabbia. Il fallimento affettivo era comune a quasi tutti i colpevoli. La loro ricerca dell’amore spesso si concludeva miseramente. Tra i dieci tiratori adulti, l’80% aveva sperimentato una separazione, un divorzio e/o una violenza domestica.
Lo studio presentato nel libro di Langman ci aiuta a comprendere perché alcune persone hanno sparato. Non solo erano psicopatici, psicotici o traumatizzati, ma sperimentavano ripetuti fallimenti su più domini: educazione, aspirazioni militari, lavoro, relazioni intime, stabilità finanziaria e senso della mascolinità. Spesso sentivano di non avere nessuna ragione per cui vivere e spesso volevano vendicarsi di coloro che incolpavano delle loro difficoltà. Questi fattori, combinati con tratti psicopatici, sintomi psicotici o storie di traumi, hanno portato alla violenza.
Cosa possiamo fare per prevenire le stragi?
Evitare il pensiero riduzionistico. Gran parte del materiale sui killer scolastici indica una singola causa o una singola spiegazione: ad esempio, “il ragazzo è stato vittima di bullismo”. Ma milioni di bambini sono vittime di bullismo e forse uno su dieci milioni diventa un assassino. Un killer potrebbe essere stato vittima di bullismo oppure no. In alcuni casi forse era proprio lui il bullo.
Le persone incolpano i media, spesso. Si danno come spiegazione il fatto che l’assassino avesse visto Natural Born Killers. Probabilmente sì, ma anche milioni di altri ragazzi lo hanno visto. C’è una tendenza a concentrarsi su una sola causa, ma per spiegare un evento di questo genere si deve pensare molto più in grande.
In altre parole, è necessario osservare il contesto di un ragazzo in modo profondo, ampio e non superficiale. Solo così è possibile conoscere questi ragazzi e fermarli prima che sia troppo tardi.
