“Noi”, un semplice pronome personale, che però può fare la differenza in molte situazioni: un “noi” ti fa sentire meno solo, ti scuote, ti aiuta davanti alle difficoltà e te le fa anche superare. 

E proprio questo “NOi”, il vero protagonista del romanzo Alle mafie diciamo NOi, è stato oggetto di discussione e confronto nell’incontro che si è svolto il 10 aprile nell’Aula Magna della nostra scuola con Gianni Bianco, vice-capo redattore della Cronaca del Tg3 nazionale, nonché autore del libro insieme al magistrato Giuseppe Gatti.

“Mi piace la parola insieme, perché questo libro è nato proprio grazie a questa idea, l’idea dell’insieme – esordisce il nostro ospite –, infatti, tutto nasce dalla storia di un’amicizia, quella tra me e Giuseppe Gatti, magistrato per la DDA di Bari, sotto scorta da circa 10 anni. Lo conosco da una vita e insieme ne abbiamo passate davvero tante. Un giorno, parlando del proprio lavoro, mi disse che aveva iniziato ad andare in giro per le scuole, per raccontare il suo mestiere alle giovani leve di questo mondo. Da qui tutto ha avuto inizio: e io ho contribuito con la mia esperienza di cronista, mentre lui ha portato con sé la sua esperienza giuridica”.

“Questo libro in particolare – aggiunge Gianni Bianco – è nato proprio perché arrivasse agli occhi dei più giovani: quindi se questo  esiste e io oggi sono qui, è proprio grazie a voi. Il mio intento è quello di stimolare il vostro spirito critico di fronte a queste tematiche da adulti e rispondere alle vostre domande”. Poi il giornalista spiega il “NOi” della copertina: “E’ un chiaro gioco di parole tra il ‘No’ e il ‘Noi’. La storia dell’antimafia, che vanta origini antichissime, è fondata su quel ‘No’ che rigetta e rifiuta. Col passare del tempo ci si è accorti, però, che questo ‘No’ risulta, tante volte, incompleto, perché non implica la partecipazione diretta dei componenti di una determinata comunità: quella piccola ‘i’, rappresenta dunque il piccolo contributo che ciascuno di noi può dare per far sì che le cose cambino”.

Il dibattito con gli studenti del Liceo “Pertini” si è aperto con la storia di Davide, un ragazzo nato a Scampia, e che dopo aver trascorso un’infanzia, che non merita di essere chiamata tale – tra piazze di spaccio, arresti domiciliari e carcere – ha deciso di cambiare vita, di allontanarsi dalla sua terra, per poi tornarvi sotto veste di “uomo nuovo”. Ciò che ha colpito l’uditorio è stato il valore simbolico attribuito alla parola “famiglia”, che in ambito malavitoso si sostituisce a quella di sangue e che non si sviluppa su una visione orizzontale aperta alla diversità, ma piuttosto su una verticale dove prevale la logica della sopraffazione e dell’”io”.

Un momento dell’incontro. Foto di Giorgia Gallozzi

Da qui dunque si è preso spunto per riflettere sul concetto di democrazia e del modo in cui anche una piccola realtà, come una semplice classe, possa essere esempio di confronto e di apertura. E si arriva così al tema dell’istruzione, per scoprire quanto la scuola giochi un ruolo importante nella vita di ciascuno di noi: dati statistici dimostrano che le zone con il più alto tasso di criminalità sono le stesse in cui si registra il maggior tasso di abbandono scolastico.

Arriva puntuale la domanda di Alex: “Combattere la mafia non è come tagliare la testa all’idra? Non si rischia che ne rispuntino due?” La risposta di Gianni Bianco è un invito a proseguire la lotta: “Bisogna pensarla come una specie di Giro d’Italia: è una gara che si svolge a tappe e non è detto che chi vince il giro abbia vinto tutte le tappe. Lo stesso vale per la lotta alla malavita: nessuno sa se questo fenomeno potrà mai essere estirpato dalla vita del nostro Paese, però ora si stanno  portando avanti tante piccole battaglie, che ci portano ad altrettante vittorie, ma che segnano un grande passo per la storia dell’Italia”.

Altra domanda dei ragazzi: “Come fidarsi di uno Stato che dice di combattere le associazioni a delinquere, se esso stesso scende a patti con loro?”. Netta la risposta di Bianco: “Lo Stato siamo noi. Non lo è la politica, come non lo sono le semplici istituzioni. Lo Stato sono i cittadini che lo compongono. È vero, talvolta la politica si è rivelata assente nei confronti di chi aveva bisogno di aiuto, favorendo di fatto lo sviluppo della malavita. Ma noi viviamo in un Paese democratico e possiamo essere politicamente attivi, con il diritto di voto. Possiamo cambiare ciò che non funziona”.

Ed è con questa nuova consapevolezza che gli studenti del “Pertini” sono usciti dall’Aula Magna: ciascuno può contribuire al benessere di tutta una comunità, piccola o grande che sia. Ed ognuno di noi può essere utile anche nella lotta alle mafie, perché queste non sono un fenomeno distante, che riguarda solo determinate zone del Paese; le mafie riguardano tutti. Il popolo è come l’oceano: è formato da tante gocce, che insieme formano l’immensità azzurra. Dunque ciascun cittadino ha il diritto (e il dovere) di agire contro la malavita che mette in penombra tutto ciò che il Bel Paese ha da mostrare.

Al termine dell’incontro abbiamo intervistato Gianni Bianco.

Come è nata la sua vocazione per il giornalismo? In che modo giornalismo e voglia di combattere la malavita si sono influenzati l’uno con l’altro?

La passione per il giornalismo è maturata maggiormente negli ultimi anni del liceo, anche se già da bambino giocavo a fare il cronista sportivo. Le mie prime esperienze sul campo sono dovute alla collaborazione per una testata giornalistica di Bari, di dove sono originario, per la quale mi occupavo di spettacolo. Poi però mi sono spostato sul settore della cronaca, perché è maturato in me l’interesse di conoscere ciò che mi accadeva intorno, e quindi anche per la malavita. Ora vivo a Roma da venti anni, ma sono pugliese e sento l’orgoglio per quella terra, che soffre; per questo sono sempre più spinto ad impegnarmi affinché le cose li cambino in meglio.

Martina Del Monte intervista Gianni Bianco. Foto di Giorgia Gallozzi

Da cronista sul campo è passato a vice capo redattore di una delle testate giornalistiche di importanza nazionale. Nonostante siano due ruoli completamente differenti, sente ancora di operare con quella che è la vera vocazione del giornalista, ovvero di agire affinché tutti sappiano e siano aggiornati su ciò che succede nel mondo?

Bella domanda! La vocazione del giornalista è quella di “consumare le suole”, ovvero quella di stare in mezzo alla gente, conoscere luoghi e persone diverse. Io devo molto a questo tipo di esperienza perché è quella che mi ha formato maggiormente e che più mi ha gratificato. Poi ci sono gli sviluppi della vita. Ora coordino il lavoro dei miei colleghi quindi, di fatto, li indirizzo, li consiglio e li mando nei luoghi dove fare le cronache. Avendo già fatto in precedenza l’esperienza diretta, posso capirli meglio di fronte alle difficoltà. Tra noi si è creata una sinergia unica che permette di portare aventi quello che è il compito più importante: informare tutti i cittadini.

Noi di Res Novae siamo giovani giornalisti. Quale consiglio vorrebbe darci, ben sapendo che non è facile che questa passione diventi il nostro lavoro?

Io vi consiglio di continuare a scrivere con la passione con la quale scrivete ora, ma soprattutto credeteci. Anche se sarà difficile, provateci, se questa è davvero la vostra vocazione. Vivere il giornalismo come lo state facendo voi, ovvero con un’ esperienza di cittadinanza attiva, è un ottimo modo per rispondere anche a tutte quelle piccole richieste che la società vi fa, perché vi rendete partecipi di ciò che vi circonda, indipendentemente da ciò che poi andrete effettivamente a fare nella vita. Se poi sentite il giornalismo come il lavoro della vostra vita continuate ad impegnarvi affinché lo diventi: sono queste passioni che ti fanno svegliare la mattina con il sorriso sul viso e ti rendono fiero di ciò che fai.

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