Quello che è avvenuto il 20 luglio scorso a Ladispoli è l’ennesimo caso di violenza feroce e brutale. Lo ha subito un ventottenne, da parte di due fratelli. Dalla ricostruzione dei fatti emerge che al momento dell’aggressione il ragazzo e la sua fidanzata si trovavano in piazza, quando la sorella di uno degli assalitori li ha raggiunti e trattenuti chiacchierando, mentre inviava un messaggio agli aguzzini che, arrivati poco dopo sul posto, hanno pestato a sangue il giovane fino a fargli perdere un occhio. Tutto questo è avvenuto davanti alla fidanzata, immobilizzata affinché non accorresse in suo aiuto.

La motivazione di questo fatto è davvero futile: sembrerebbe derivare dal mancato invito ad una festa da parte della vittima nei confronti dei suoi aggressori, a seguito del quale aveva ricevuto messaggi intimidatori e minacciosi fino al giorno del pestaggio.

Si tratta di uno dei casi di efferata violenza quasi quotidiani, messi in atto da ragazzi di poco più di vent’anni. Un tipo di violenza a cui, purtroppo, ci stiamo abituando. Nonostante inorridiamo sempre leggendo certi articoli, non ne siamo più tanto sorpresi. Ma è possibile che il mancato invito ad una festa porti a compiere gesti simili? Decisamente no. E allora perché una rabbia così cocente sembra annidarsi negli animi dei giovani, una scintilla pronta a diventare fiamma alla minima provocazione? Quali sono le cause che si celano dietro questa violenza? E chi è disposto a prendersene la responsabilità? Cerchiamo di capirlo; in molti casi, i ragazzi protagonisti di episodi di violenza provengono da una difficile situazione familiare, dove sono loro stessi vittime di abusi fisici e/o psicologici, o comunque sono testimoni di quotidiane violenze domestiche, che li portano a credere che un comportamento simile sia normale, necessario o giustificabile.

A volte situazioni del genere si uniscono anche a contesti scolastici dove gli atti di bullismo vengono ignorati e dunque vige la “legge del più forte”, dove sei vittima o carnefice. In entrambi i casi, solitamente, gli episodi di violenza sono all’ordine del giorno, si manifestano tramite risse, minacce e via dicendo, ma ci sono altre situazioni nelle quali a compiere atti di estrema violenza sono ragazzi da sempre ritenuti incapaci di gesti simili. È più raro, ma non tanto quanto si potrebbe pensare. Si tratta spesso di gesti disperati, a seguito della classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, e che culminano in genere con avvenimenti tragici, come l’omicidio del bullo che da anni rendeva la vita impossibile al ragazzo, la bomba che fa esplodere le fondamenta della scuola o, più frequentemente, il suicidio dell’adolescente. Molto spesso, dunque, situazioni di profonda insoddisfazione o disperazione hanno come conseguenza la rabbia, una vampata accecante di fuoco, ma altre volte portano alla depressione, una candela che brucia lentamente, e non ci si accanisce contro gli altri, ma contro se stessi.

A questo punto bisogna porsi due domande: come reagire di fronte ad eventi di questo tipo? E come far sì che non accadano? Per rispondere al primo quesito, è necessario che i ragazzi che si trovano nelle condizioni di compiere gesti di violenza nei confronti di altri vengano sottoposti ad un percorso di rieducazione, che in genere consiste dell’incarcerazione. Il ruolo delle carceri spesso, però, non assolve al suo compito di riabilitazione, ma anzi si trova a peggiorare lo stato dell’ormai detenuto, che vive in un contesto anche peggiore di quello da cui proviene, e dove, per sopravvivere, ripete gli stessi atti di violenza per i quali è stato condannato. Infatti, nonostante in teoria il carcere dovrebbe rieducare il ragazzo e condurlo da uno stato di delinquenza a quello di civile cittadino, è più frequente che esso non faccia altro che aumentare ed incoraggiare le tendenze violente del detenuto. Sarebbe quindi necessaria una riforma che faccia ritornare le carceri al loro intento iniziale, non punitivo, bensì rieducativo.

Alla domanda “Come evitare episodi di violenza?”, invece, si potrebbe rispondere con un’educazione che fin dalle elementari sensibilizzi gli alunni sul tema della aggressività, e permetta loro di capire che questa non è mai la soluzione e che ci sono modi più civili di risolvere i problemi. Dato che prevenire è meglio che curare ed è inevitabile che si accumulino nei giovani dei sentimenti negativi, questi vanno fatti sfogare. Ma dopo aver negato l’utilizzo della violenza bisogna proporre un’alternativa valida, così che i ragazzi abbiano comunque un modo di incanalare le emozioni nocive ed evitino di cedere alla tentazione dell’aggressività. Ed è nuovamente la scuola, dove fin da bambini si passa un terzo delle proprie giornate, che deve aiutare gli studenti, proponendo loro una valvola di sfogo, anziché continuare a sovraccaricarli. Si dovrebbe dare una maggiore importanza all’arte: pittura, scrittura, disegno. Sono tutte discipline che permettono di esprimere se stessi e ciò che si prova in un modo che non danneggia gli altri.

Insomma, forse oltre a inorridire di fronte a certi fatti di cronaca che leggiamo sui giornali, dovremmo trovare delle soluzioni pratiche per far sì che questi episodi non accadano più, che i ragazzi non si trovino nelle condizioni di comportarsi in questo modo, e risolvere il problema una volta per tutte. 

Fonte immagine di copertina: https://neamente.com/

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