“Non te ne andare, disse il bambino.
Certo che non me ne vado.
Neanche per cinque minuti.
No. Resto sempre qui.
Ok. Ok, papà.”

Due figure avanzano nella nebbia. Sono stanchi, sporchi, affamati e disperati. Spingono un carrello con dentro il poco cibo che gli è rimasto, camminano lungo una strada senza fine. Sono un padre e un bambino, nient’altro che un padre e un bambino in un mondo che non esiste più. C’è stata un’esplosione, o forse un asteroide che si è schiantato al suolo, o una guerra nucleare, non si sa. Ma non ha importanza: il passato è morto, e il futuro anche. I colori sono spariti, gli animali quasi tutti estinti, il cibo è finito.
C’è solo la cenere che ricopre ogni cosa, come neve grigia. La polvere dei ricordi a cui nessuno pensa più. I treni si sono fermati, le case sono state svuotate da anni, l’asfalto si è fuso e ora un bambino e un padre senza nome camminano lungo la strada, diretti a sud, sempre a sud. Loro sono i buoni, se lo ripetono sempre. Non succederà niente di male, perché sono i buoni e portano il fuoco, la speranza. Sono soli, forse i soli buoni rimasti. Tutti gli altri sono cambiati. Si muovono in gruppi, perché chi resta solo è una preda facile, e sono pronti a tutto pur di sopravvivere. Non c’è spazio per l’altruismo, per l’indulgenza, per la pietà: uccidi o sei ucciso, mangi o sei mangiato. Non è un mondo per bambini, non è un mondo per il bambino. Non capisce perché esistano i cattivi, perché mangino le persone, perché il padre gli dica che non deve pensare alla morte. Ha sempre freddo, ha sempre fame. A volte piange, più spesso tiene duro. Il padre ha una pistola e due proiettili. Non ha senso usarla per difendersi, sa cosa dovrà farci nel momento che prima o poi, lo sa bene, arriverà. E lo sa anche il bambino. Se le cose andranno male, davvero male, i proiettili saranno la cosa migliore: una morte rapida e indolore, meglio del destino che avrebbero se finissero nelle mani dei cattivi. Anche il padre ha freddo e fame, ma non si lascia impietosire dai moribondi che gli capita di incontrare per la strada; non può dargli nulla, il cibo non basterebbe per tutti. O loro o noi, dice al bambino. Ma lui non capisce. O forse capisce ma non gli importa, e si ferma, e aiuta chi può. Sa che il padre ha ragione a comportarsi così, ma a volte si ritrova a chiedersi: siamo ancora i buoni? Siamo davvero i buoni?.

In un mondo in cui un padre e un bambino stanno morendo di fame, in cui gli uomini si mangiano tra di loro, in cui gli uccelli non volano più, Dio dov’è? È una domanda costante, una litania, il sapore amaro che rende ancora più insopportabile la fame. Dio non c’è. Forse è morto, forse non è mai esistito, forse non gli importa degli uomini. “Non esiste nessun dio, e noi siamo i suoi profeti” dice a un certo punto l’uomo. Ma il bambino porta il fuoco, il bambino è la speranza nella disperazione, il bambino è quel che resta di un dio distratto, e forse è abbastanza, o almeno è abbastanza perché un padre continui a camminare, ad andare verso sud.
A Cormac McCarthy bastano poche pagine, appena più di duecento, per raccontare una storia di perdita e di dolore, l’angoscia e il tormento che lasciano spazio a un barlume di speranza. Vincitore del premio Pulitzer per la narrativa nel 2007, La strada è tutt’oggi uno dei romanzi forse più strazianti dei primi anni duemila. Ha un linguaggio semplice, spezzato, senza fronzoli o capitoli, ma solo una sequenza di paragrafi che ripercorrono il viaggio compiuto dai due personaggi, un viaggio senza inizio e senza fine, in un mondo post-apocalittico. Non conosciamo i nomi del padre e del bambino, perché non hanno più importanza. L’uomo si preoccupa, pensa ad agire, a garantire la sopravvivenza a se stesso e soprattutto al figlio, il suo angelo, l’unica cosa che lo divide dalla morte. Il bambino è luce, speranza, fuoco. Continua a camminare anche se vorrebbe sempre fermarsi, vorrebbe aiutare tutti quelli che incontra, crede di vedere un bambino che si è perso e piange, e si chiede chi si occuperà di quel bambino, cosa gli succederà.
È un romanzo crudo, forte e spietato come il mondo descritto, sicuramente poco adatto ai deboli di stomaco, eppure contiene un insegnamento di impatto ben più forte delle scene violente; anche quando tutto sembra perduto, anche quando non c’è più niente da salvare, anche quando le madri abbandonano i figli e l’asfalto si scioglie e gli alberi cadono, basta un bambino che cammina su una strada, diretto a sud, per capire che almeno la speranza può rimanere accesa.

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