Tutti guardano Sanremo. O meglio, quasi tutti. Io per esempio non l’ho seguito, ma in Italia il Festival della Canzone è un evento socio-culturale di una tale importanza che i momenti salienti della trasmissione sono giunti anche alle mie orecchie.
O meglio, ai miei occhi. È infatti attraverso internet che ho letto le notizie riguardanti ad esempio la provocatoria esibizione di Achille Lauro o Bugo che si allontana dal palco, sia per gli articoli di giornale che per i meme che hanno popolato i social, e immagino sia successo lo stesso anche a molti miei coetanei. Bisogna dire in effetti che Sanremo quest’anno si è impegnato ad attirare l’attenzione dei più giovani, sia per queste trovate, pensate per ottenere visibilità, che per i concorrenti, molti dei quali sono noti anche agli under trenta. Ma allora perché sembra comunque un Festival fuori dal mondo, che si porta malissimo i suoi 70 anni?

Principalmente il senso di alienazione che si prova guardandolo è provocato dallo squallore degli intermezzi comici fra un concorrente e l’altro, le continue pubblicità, gli interventi degli ospiti. Dunque, intrattenimento, ma certamente non sono musica. Tuttavia anche la musica contribuisce a questa familiare estraneità di Sanremo, principalmente perché gli adulti non capiscono o disprezzano le novità, bocciandole senza pensarci, e i giovani che hanno seguito la trasmissione non si rendono conto che queste novità sono, rispetto al resto del mondo, arretrate, rendendo il tutto molto surreale.
Certo ci sono artisti che si salvano, come I Pinguini Tattici Nucleari, gli ambasciatori di un indie underground nato all’estero ma che ha avuto una rielaborazione originale in Italia (non mi riferisco a Tommaso Paradiso, Coez, o Carl Brave che sono a mio parere erroneamente definiti indie); anche Rancore è un artista interessante, di certo uno dei migliori rapper e poeti nazionali. Ma il tutto crolla quando salta fuori l’argomento Achille Lauro.

Le sue esibizioni hanno suscitato molto scalpore per gli outfit particolari con cui l’artista ha cantato, soprattutto il primo. La tristemente nota tutina aderente è stata infatti motivo di critiche, molti hanno rimpianto l’antico decoro del festival ormai violato o più semplicemente hanno reputato questa scelta squallida e indecorosa (e vagamente gay, come se questo fosse un problema), ma queste erano reazioni scontate e da aspettarsi, probabilmente l’obbiettivo erano proprio loro. Probabilmente sono ancora piu preoccupanti gli elogi. Infatti questa forma di provocazione è tipica dell’epoca rock, dai suoi albori fino al glam, ed ha ben poco di significativo se non il fatto di essere stata fatta in prima serata Rai.

Achille Lauro invece di portare qualcosa di nuovo o di protestare efficacemente contro qualcosa, si è trasformato nel freak di turno, facendo tuttosommato il gioco di chi tenta di provocare sia visivamente che con la sua canzone Me ne frego, che parla proprio di ignorare il giudizio dei bigotti: era successo lo stesso l’anno scorso con la canzone Rolls Royce, solo che la polemica era venuta da striscia la notizia, quest’anno invece l’artista invece di protestare contro una visione dannosa e antiquata dell’arte decide di farne parte e di interpretare il ruolo del fenomeno da baraccone.
I gusti sono gusti, ma la nostra generazione deve imparare a chiedere di più: più delle imitazioni delle hit americane, più dell’incapacità di separarsi dalla tradizione nazionale, più della superficialità. Siamo in periodo stagnante per l’arte nel nostro paese, il cambiamento deve partire da noi.
