“Tu e Peppino, un rapporto d’amore tra madre e figlio, puoi raccontarci di più?”
“Io ero attaccata assai a mio figlio perché capivo che era troppo in pericolo. Quando non lo vedevo arrivare lo andavo a cercare perché io lo sentivo che me lo ammazzavano. E lui con me?
Ni capivamo ‘nta l’occhi”

Questo un estratto di una delle conversazioni nel libro Io, Felicia presentato il 19 settembre nella libreria “Scritti e Manoscritti” di Ladispoli dagli autori Mari Albanese e Angelo Sicilia. Alla presentazione sono intervenuti due esponenti dell’associazione antimafia “Libera”: Silvia Marongiu e Agnese Zingaretti. Con loro anche Marina Cozzi, Eugenia Marciano e le voci narranti di Sabrina Vona e Christian Bocca. Un incontro a cui ha partecipato un pubblico numeroso, che ha potuto ascoltare la storia di questa donna, immensamente coraggiosa.

Un momento della presentazione. Le foto sono di Rebecca Raggio

L’autrice, Mari Albanese, ha raccontato il suo primo incontro con la signora Felicia. L’ha descritta come una persona estremamente accogliente, la cui missione laica era quella di raccontare la storia del figlio. Le conversazioni riportate nel volumetto sono nate dopo la condanna del mafioso Gaetano Badalamenti, quando finalmente un po’ di serenità è apparsa negli occhi di Felicia. Il libro contiene quattro anni di registrazioni e appunti di una storia, quella della stessa Felicia, che lei però riteneva meno importante di quella di suo figlio Peppino. Il libro è corredato da una prefazione della nipote di Felicia, Luisa Impastato, e da bellissime foto scattate dal fratello dell’autrice.

In un passo del libro, letto in libreria durante l’incontro, i due autori chiedevano se Giuseppe avesse ereditato il suo carattere testardo dalla stessa madre che, addirittura, ebbe il coraggio di opporsi a un matrimonio. Dopo quel rifiuto Felicia sposò, invece, Luigi Impastato per scelta, prima di sapere che fosse un mafioso. Poi capì il tipo di frequentazioni che aveva il marito e per questo decise di rompere il legame con quell’ambiente. Non solo non partecipando alle celebrazioni tenute da quelle persone, come matrimoni o battesimi, ma addirittura vietando al marito di incontrare i mafiosi dentro la loro casa.
Tra le mura di casa, Felicia sapeva essere ribelle, ma la vera libertà non l’ha conosciuta mai. Ciò lo rende ancora più chiaro un altro aneddoto: nei primi anni del loro matrimonio Luigi la tradì e venne colto sul fatto mentre aveva indosso solo le sue mutande e dovette correre in giro per il paese così. Il fatto è raccontato con ironia, ma Felicia prese la decisione dolorosa di tornare casa dei genitori con i figli. Dovette intervenire Cesare Manzella, capomafia di Cinisi, con delle intimidazioni. Dopo tre tentativi e varie minacce, Felicia cedette.

Silvia Marongiu si sofferma sulla lingua e sullo stile, poiché una delle difficoltà nella stesura di questo libro, a detta dell’autrice, consiste proprio nella resa del dialogo siciliano, ma anche nella scelta di cosa rendere più fruibile e cosa no, per lasciare le parole di Felicia il più fedeli possibili alle originali. Un aneddoto che racconta Mari Albanesi riguarda l’incontro che ci fu tra Felicia Impastato e Haidi Giuliani, mamma di Carlo Giuliani. Quest’ultima parlava un ottimo italiano, mentre Felicia rispondeva in siciliano. Eppure si comprendevano perfettamente: erano due madri private dei loro figli, e il loro sguardo comunicava molto di più delle parole.

In seguito a ciò la conversazione si sposta sul pericolo che si respirava in casa Impastato ogni qualvolta Peppino si dedicava alle sue attività politiche. La madre infatti, anche se non poteva ascoltare direttamente, sapeva di Radio Aut e dei comizi che teneva in piazza, come quello a cui, ignaro che si trattasse del figlio, assistette lo stesso padre, complimentandosi con l’oratore. Albanese ci confida che il padre, a modo suo, voleva bene a Peppino e spesso lo proteggeva dagli ammonimenti degli altri mafiosi, affermando che finché lui era in vita, Peppino non poteva essere ucciso. Ci si chiede quale sia il prezzo della giustizia quando ci si trova a perseguirla in questi ambienti. Albanese risponde che era talmente difficile che solo una donna prima di Felicia, negli anni Cinquanta, cercò di denunciare la mafia, Francesca Serio, il cui figlio, Salvatore Carnevale, incontrò lo stesso fato di Giuseppe. Felicia non volle vendicare la morte di suo figlio. Volle invece giustizia e verità, visto che Peppino rischiava di passare per terrorista. Combatté ogni giorno, fino all’ergastolo di Gaetano Badalamenti.

Felicia si sente di dare un messaggio alle nuove generazioni, quello di camminare a testa alta, perché ogni volta che ci si gira dall’altra parte si commette un crimine. Non chiedeva di essere tutti martiri, ma di avere il coraggio di dire “No, io non ci sto”, messaggio carico di speranza che conclude l’intervento riguardo il libro e lascia spazio agli interventi dei presenti. Tutti noi possiamo solo che imparare dalla signora Felicia Bartolotta Impastato, la donna che guardando la mafia negli occhi, l’apostrofò facendola venire allo scoperto una volta per tutte, rendendo impossibile a tutti girare il capo dall’altra parte.

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