Rileggere il pensiero dei filosofi Kant e Jonas in chiave moderna, confrontandolo con il contesto geopolitico. È l’idea alla base di Cosmopoliteia, il libro che è stato presentato il 29 maggio nell’aula magna della nostra scuola. L’autore è il professor Giuseppe Cappello, ex docente del Pertini, ora insegnante al Liceo “Augusto Righi” di Roma. Al suo attivo, scritti che spaziano dai saggi alle poesie.
A fare gli onori di casa è stata la professoressa Gianna Cappella, vicepreside del Pertini. Il professor Cappello ha esordito affermando che per lui l’incontro con i giovani, i volti del futuro, è molto importante: parlare con i ragazzi è per lui una grande fonte di ispirazione, visto che spesso sono proprio loro a portare per mano le generazioni precedenti, e non il contrario.

Il professore ha iniziato parlando del processo creativo dietro il suo libro, nato da una raccolta di studi su Kant e Jonas per farle diventare lezioni di educazione civica per i suoi studenti. Il punto di partenza non sono le opere più celebri di Kant, ma da un altro lavoro del filosofo di Königsberg: Per la pace perpetua. Questo libro nato dall’Illuminismo, secondo il professore, è stato tra quelli che hanno gettato le basi delle Costituzioni, proprio perché inviterebbe gli uomini proprio alla cosmopoliteia, ovvero alla Repubblica universale, o anche all’ordine, secondo i vari significati di della parola kosmos. La riflessione si è estesa poi allo stato attuale del mondo, affermando che adesso noi ci troviamo in una caos-politeia.

Nel libro viene sottolineato il concetto di “stato di natura”, chiamato anche “stato di guerra”, il contesto in cui manca un potere condiviso. Si evince che Kant non stigmatizzi il conflitto, essendo appunto un istinto insito nell’uomo, che piuttosto andrebbe limitato al confronto espresso con la parola (e qui il professore ci ha invitato a riflettere proprio sull’etimologia della parola Parlamento). I conflitti mediati dalla parola sono conflitti costruttivi, mentre quelli combattuti sono distruttivi. Purtroppo sono sempre meno gli Stati che optano per la diplomazia.
Il professore ha proseguito illustrando un altro concetto sviluppato da Kant in una delle sue opere, quello di “insocievole socievolezza”, cioè il bisogno naturale che l’uomo ha di aggregarsi ed essere coinvolto socialmente, opposto al bisogno antisociale di isolarsi e di svolgere tutto secondo il proprio interesse. Quest’ultima condizione porta l’uomo a voler primeggiare sugli altri obbligandolo a sviluppare le proprie competenze, ma costituendo così, secondo Kant, il vero motore del progresso umano.
Per spiegare meglio il concetto il professor Cappello ha fatto ricorso al tennis, citando i due rivali Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. I due atleti sono in continua competizione fra di loro, ma questa contrapposizione, che rimane confinata al loro sport, li rende addirittura migliori, poiché la rivalità li spinge a fare di meglio pur di primeggiare sull’altro. Spiegato questo concetto fondamentale del pensiero di Kant, il professore ha elencato e spiegato a una a una le tre leggi e i principi all’interno dell’opera Per la pace perpetua.

La prima legge afferma che la Costituzione civile di ogni Stato deve essere repubblicana (caratteristica presente proprio nel primo articolo della nostra Carta costituzionale, ci fa notare il professore) e deve garantire tre diritti fondamentali: la libertà, e cioè la ricerca della propria felicità senza mettere in pericolo quella degli altri. Per Kant siamo tutti ingegneri della pace e della libertà, poiché partecipiamo all’equilibrio della società; l’uguaglianza, diritto per cui tutti i cittadini sono sottomessi alle stesse leggi; e l’indipendenza, ovvero la capacità di partecipare alla stesura delle regole della vita pubblica attraverso il voto.
Le leggi sono formulate in modo da passare da una visione centrata sull’individuo a una visione di pluralità: dal singolare al plurale. Del resto le sofferenze a cui un popolo viene assoggettato non riguardano solo quel popolo, ma riguarda tutti noi, perché in quel caso non è l’opportunità di pace del singolo popolo ad essere stata strappata via, ma quella dell’intera umanità.

La seconda legge prevede l’esistenza di un diritto internazionale basato su una federazione di Stati in cui sono in vigore tutti i requisiti della prima legge. Ogni Stato è libero di perseguire la felicità dei suoi cittadini come meglio desidera, ma non deve ledere la libertà degli altri Stati. Questo secondo punto, sottolinea il professore, è stato raggiunto solo con l’istituzione dell’ONU (un secolo e mezzo dopo la formulazione da parte di Kant). Il professore ha ricordato inoltre la nostra fortuna di ospitare l’istituzione pacifica per eccellenza: la Chiesa. Il Papa, nella sua recente enciclica Magnifica Humanitas, ha affermato come oggi la spettacolarizzazione del male sia prevalente rispetto alla dimostrazione del bene. Proprio come dichiarava Kant, secondo cui se c’è il male allora esiste anche il bene.
Terza legge: il diritto cosmopolitico, il diritto all’accoglienza. Chi è ospitato deve poter essere integrato, purché accetti le leggi del Paese che lo ospita. A questo proposito il professore ha fatto riferimento a una canzone di Pino Daniele, Voglio di più, riprendendo la frase: “Ho visto bambini morire, nati sotto un accento sbagliato”, invitandoci a riflettere sull’importanza dell’ospitalità come diritto dello straniero di cercare la propria felicità in uno stato di diritto, senza incontrare alcuna ostilità all’integrazione.
L’intervento è proseguito chiamando in causa Hans Jonas, la cui filosofia si concentra sul rapporto tra gli uomini e la natura, che ha dei diritti e li sta reclamando. La nostra Repubblica, ci ha fatto notare il professore, ha aggiunto all’articolo 9 della Costituzione un comma sulla tutela della natura.

Infine, spazio per le domande degli studenti. Il primo a chiedere la parola è stato Francesco Reggiani, che rifacendosi ad Alcide De Gasperi, secondo cui le istituzioni sono forti solo se non vengono sopraffatte dai partiti, ha esposto come problema la corruzione all’interno della Repubblica, che appunto vuol dire “cosa pubblica”, ma che al giorno d’oggi sembra tutelare solo gli interessi di pochi privilegiati. Il professore ha ricordato che una Repubblica democratica dovrebbe garantire la facoltà dell’opposizione di esprimere la propria opinione e non di portare avanti solo quella dei potenti. Ha aggiunto inoltre che le statistiche parlano chiaro: se nel periodo di De Gasperi il 90% della popolazione andava a votare perché sentiva un legame con le istituzioni, a oggi solo il 50% esercita il diritto di voto.
Il secondo intervento è stato proposto dalla professoressa Maria Antonietta Civitarese, che ha chiesto per quale motivo non avessimo ancora raggiunto la pace nonostante i principi Kantiani siano già messi in pratica. Il professore ha offerto due risposte. La prima sul diritto internazionale: l’ONU non ha soddisfatto una clausola che Kant riteneva fondamentale, ovvero la partecipazione di stati strettamente repubblicani, e ciò è stato definito dal professore come una profonda ferita che indebolisce l’ONU. La seconda risposta ha avuto come oggetto gli istinti dell’uomo: egli può essere infatti bene o male, ed è compito di ognuno di noi trovare l’equilibrio.
Infine, ancora Francesco Reggiani ha chiesto come possiamo rapportarci con uno Stato da cui non ci sentiamo rappresentati. Con una sicurezza disarmante il professore ha risposto con un unico verbo: manifestare. Bisogna manifestare sempre il dissenso in modo costruttivo, senza distruggere le città o addirittura bruciare le bandiere di un altro popolo, come è successo per esempio con le rivolte contro Israele. L’invito è quello di far sentire le nostre voci e di cercare la felicità nostra e quella collettiva senza mai ledere a quella del prossimo. L’incontro si è concluso con un augurio per le classi quinte: quello di trovare ciò che fa battere il cuore e di continuare a inseguirlo sempre.
