Il 21 novembre 2025 è un giorno triste per tutti gli amanti della musica: la grande Ornella Vanoni viene a mancare all’età di 91 anni.
Ma, oltre al grande patrimonio musicale puramente italiano che ci ha lasciato, per cosa è riconosciuta la sua grandezza?
Non c’è alcun dubbio che La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria del 1976 sia il maggiore capolavoro della cantante milanese. Non si tratta unicamente di un ottimo album, ben riuscito, di qualità e riconoscibilissimo: questo album rappresenta soprattutto un importantissimo passo per la discografia italiana che, grazie a questo disco, è riuscita a tendere ancora una volta la mano e ad abbracciare la musica brasiliana, e d’oltreoceano in generale.
La Vanoni si unisce al musicista Toquinho (con origini italiane, peraltro) e al poeta Vinìcius de Moraes per un album registrato in presa diretta contenente 13 brani, tra i quali si trovano 2 poesie inedite del grande Vinìcius (Assente e L’assenza) e solo un brano non precedentemente scritto e pubblicato dal duo poetico-musicale brasiliano (brani a loro volta spesso scritti da grandi parolieri come Chico Buarque, Antonio Carlos Jobim e Baden Powell): Anema e core, ovvero una rilettura della celebre canzone napoletana.
Ecco, è ora importante soffermarsi sulle figure di Sergio Bardotti e Gianfranco Lombardi. La chiave per il successo di quest’album non fu semplicemente mettere la voce di Ornella (amata dagli italiani) sopra le note tradizionali sudamericane, bensì fu un processo di totale transcodificazione letteraria e musicale dal Brasile all’Italia ed entrambi Sergio Bardotti (nell’ambito letterario) e Gianfranco Lombardi (nell’ambito musicale) ne sono gli artefici, nonché ideatori originali del progetto. In particolare, l’idea embrionale fu di Bardotti, dato il suo preesistente rapporto col duo.
Tutti i brani sono stati riscritti (e non semplicemente tradotti) da Bardotti, ma ovviamente anche personalmente proposti in una formula più semplice e dolce per il pubblico italiano: flauti e chitarre risultano più delicate, la presenza di voci è più frequente (in quanto i cori sono l’unico elemento aggiunto successivamente alla presa diretta) e in generale il suono risulta assai più vellutato: la Vanoni fluttua costantemente in un vento caldo, brasiliano, addobbato di piume e che sembra esser fatto di seta.
L’aggettivo che più si addice al disco è soffice: le liriche leggere e ariose di Vinìcius si incastrano perfettamente con l’incalzante, ma mai frenetico, ritmo dell’eccezionale Toquinho, che accompagna la voce pacata di Ornella in un cielo azzurro, condito dalle parole del poeta, che quasi sembrano formare nuvole nell’immagine sonora di La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria.
Inoltre la potenza politica indiretta che questo progetto possiede è più attuale che mai. L’Italia del ’76 era tutto sommato tranquilla (al netto delle difficoltà che hanno attraversato tutti gli anni Settanta): sommersa nel consumo e protagonista in Europa. Non era lo stesso in Brasile, segnato da guerra civile, dittatura e un generale clima politico-economico ostile, che opprimeva l’opinione pubblica. I più grandi esponenti della corrente Tropicàlia brasiliana furono costretti a fuggire in Europa per cercare rifugio. Tra questi grandi troviamo ovviamente de Moraes e Toquinho, che già conoscevano l’Italia.
L’album porta con sé una innegabile scia di storia, di redenzione, di libertà. Insegna indirettamente come la mescolanza di culture diverse possa essere la chiave per una realtà libera, chiave per raggiungere un apice espressivo e artistico senza precedenti.
La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria rimarrà nel tempo l’icona della bossa nova in Italia. Rimarrà icona del Brasile, della leggerezza sonora ma anche e soprattutto icona ed esempio di quelle voci zittite, violentemente tamponate da imposizioni sociali, voci che sanno però come redimersi, voci immortali, voci brasiliane.
