Martedì 10 febbraio, nell’Aula Magna dell’università Roma Tre, è stata celebrata la seconda delle tre date dedicate alla Giornata Mondiale della Lingua e della Cultura Ellenica 2026, ufficialmente celebrata il 9 febbraio, istituita nel 2017 per ricordare l’importanza della lingua greca in quanto base della cultura occidentale. Il tema di questa giornata è stato “Perché i Greci” ed è stato esplorato tramite la recitazione di brevi scene tratte dall’Edipo Re e dall’Edipo a Colono da parte degli studenti del liceo Ugo Foscolo di Albano Laziale, gli interventi dei professori, le premiazioni per i concorsi promossi dall’associazione “Antico e Moderno”, ma soprattutto con un interesse vivo e condiviso per gli usi e i costumi ellenici.
La conferenza si è aperta con i saluti del Magnifico Rettore dell’Università Roma 3, Massimiliano Fiorucci, e della Presidente della Consulta Universitaria del Greco Liana Lomiento. Entrambi hanno espresso la loro gratitudine per l’attiva partecipazione delle scuole, circa 1500 studenti guidati dai loro docenti e per gli enti che hanno contribuito all’organizzazione di questa giornata.

La prima a prendere parola è stata la professoressa Adele Teresa Cozzoli, che ha voluto farci conoscere Callimaco di Cirene, poeta del III secolo a.C, partendo dal saggio pubblicato nel 1925 On Not Knowing Greek di Virginia Woolf. Nel saggio la scrittrice esprime la forza magnetica che il greco ha su di noi: una forza composta non solo dalla bellezza ma anche dal velo di mistero dietro cui si cela questa lingua. È proprio il mistero però a rendere irrequieta l’autrice, perché teme che non sarà mai possibile cogliere a pieno il greco e tutte le sue sottili sfumature, ma solo conoscerlo a livello superficiale come può conoscerlo, ad esempio, uno studente che se la cava. Alla paura di questo profondo fraintendimento però, ci dice la Cozzoli, aveva già rimediato in un certo senso, proprio Callimaco.
Callimaco, vissuto ad Alessandria d’Egitto tra il 310 e il 238 a.C., erudito e classificatore della letteratura greca precedente, stando a contatto con l’ambiente della Biblioteca d’Alessandria, si pose il problema di come riuscire a far tramandare le proprie opere in modo che potessero lette una dopo l’altra, secondo un canone ordinato. Ciò lo portò ad avere una grande cura ed attenzione per i propri testi. Proprio per questo rigore filologico e per l’ironia fine e sottile di cui si serviva per scrivere le sue opere, Bruno Snell lo definisce come “uno degli autori alla base della cultura Europea”. Questa visione nasce dal prologo degli Aitia, l’opera più importante di Callimaco, di cui ci restano solo alcuni frammenti. In questo testo il poeta risponde alle critiche mosse dai suoi avversari, che lo accusavano di non scrivere poemi lunghi ed epici, ma componimenti brevi e frammentari. Callimaco difende invece una poesia leggera, la poesia elegiaca, sottile, fondata sull’ironia e sull’eleganza, contrapponendosi per questo allo stile tradizionale. Una delle immagini centrali della sua poetica è quella del fanciullo, simbolo dell’ingenuità e della costante meraviglia nei confronti del mondo. Questa attitudine, osserva Bruno Snell, è alla base non solo della poesia, ma anche delle materie STEM. Lo stesso Albert Einstein affermava che ogni scoperta nasce dalla meraviglia, cioè dallo stupore che mette in discussione ciò che diamo per scontato.
La grande erudizione di Callimaco, tuttavia, poteva rendere la sua poesia difficile e pesante. Per questo egli si serve spesso all’ironia e all’umorismo, che alleggeriscono i contenuti e avvicinano il lettore. Alla fine dell’Inno a Delo, per esempio, dopo aver raccontato miti complessi, definisce quelle storie semplici giochi inventati per divertire il giovane Apollo, attenuando così il carico dell’opera.

La prof. Cozzoli ha invitato i presenti a riflettere sull’influenza che Callimaco ha avuto nel corso dei secoli citando il “Fanciullino” di Pascoli, richiama che con i suoi versi gli Inni callimachei, ricordando che Pascoli aveva nella sua biblioteca versioni in latino e traduzioni (della sorella Maria) delle opere di Callimaco. Questi versi che invitano alla meraviglia fanciullesca hanno aperto la conferenza.
A seguire è intervenuto Massimo Fusillo, con un video nel quale ha guidato il pubblico alla scoperta di Apollonio Rodio e della sua opera più celebre, le Argonautiche. Fusillo ha introdotto la figura di Apollonio Rodio, poeta e filologo vissuto nell’età ellenistica ad Alessandria d’Egitto, dove fu anche bibliotecario. Secondo alcune fonti antiche, il poeta avrebbe dovuto lasciare la città a causa di una rivalità con il suo maestro Callimaco, anche se le motivazioni reali di questo contrasto restano incerte.
Le Argonautiche, unica opera giunta integra fino a noi, fondono tradizione e innovazione riprendendo molto da Omero ma senza mai copiarlo. Il poema racconta il viaggio di Giasone e degli Argonauti alla conquista del vello d’oro: un’odissea ricca di peripezie verso l’Oriente magico e misterioso. Al centro della narrazione emerge la figura di Medea, che incarna non più la donna tragica e crudele, ma una giovane ragazza sopraffatta dall’amore, profondamente combattuta tra passione e dovere. Il suo dolore è raccontato attraverso intensi monologhi interiori, rappresentando uno dei primi esempi di questa tecnica narrativa e aprendo la strada a una lunga tradizione che arriva fino ai grandi romanzi dell’Ottocento e del Novecento. In quest’opera, infatti, persino la descrizione dei sogni di Medea appare sorprendentemente moderna, poiché questi non servono né un fine profetico né uno moralistico ma ci regalano un’introspezione psicologica che andrà ad anticipare addirittura alcune intuizioni della psicoanalisi.

Con queste riflessioni sulle Argonautiche il prof. Fusillo ci ha aiutati a vedere come la psicologia dei personaggi sia diventata progressivamente fondamentale per dare al lettore una prospettiva il più completa possibile permettendo ad ognuno di potersi rivedere ed empatizzare con i protagonisti delle storie.
È poi intervenuto Emanuele Lelli, studioso di poesia ellenistica, promotore di numerosi progetti editoriali che coinvolgono direttamente le scuole. Nel suo intervento, Lelli ha accompagnato il pubblico alla scoperta di Teocrito, poeta ellenistico noto soprattutto per la sua poesia bucolica che ritrae momenti quotidiani della vita rurale o che intona canti e dialoghi tra contadini immersi nella natura. Solitamente la poesia bucolica viene interpretata in modo simbolico, come una rappresentazione ideale della campagna. Lelli ha invece proposto una lettura diversa, basata su ricerche condotte tra il Sud Italia e la Grecia, durante le quali ha intervistato pastori e contadini. Da questi incontri è emerso che molti elementi presenti nei versi di Teocrito corrispondono realmente alle tradizioni e alle abitudini delle comunità rurali mediterranee. Gesti semplici, come suonare il flauto all’ombra di un albero nelle ore più calde o cantare durante il lavoro nei campi, non sono quindi solo invenzioni poetiche, ma riflettono usanze autentiche. Anche scene che all’apparenza sembrano simboliche, come ad esempio le serenate, trovano riscontro nelle tradizioni popolari.
Secondo Lelli, Teocrito non voleva rappresentare fedelmente la realtà, ma filtrarla con una lente poetica che ha trasformato la cultura popolare in letteratura. Proprio questo equilibrio tra semplicità e raffinatezza, realtà e idillio, ha reso la sua opera originale ed è diventata simbolo della perseveranza delle tradizioni mediterranee.
È stata poi la volta di Alexia Latini, archeologa e docente dell’Università Roma Tre, che ci ha invitati a comprendere il tema della giornata sotto una lente più artistica, precisamente sotto quella del bronzista nato a Sicione nel 390 a.C., Lisippo.
Proveniente da una famiglia di artigiani, divenne uno dei più celebri bronzisti dell’antichità, autore di numerose statue collocate nei principali santuari della Grecia. Plinio gli attribuisce la realizzazione di oltre 1500 opere. Lavorò per importanti committenti, tra cui Filippo II e Alessandro Magno, di cui fu il ritrattista ufficiale. Le sue statue di Alessandro lo raffigurano con il capo leggermente inclinato, lo sguardo rivolto verso l’alto e una folta capigliatura, creando un’immagine eroica ma al tempo stesso umana. Una delle opere più famose attribuite a Lisippo è l’Apoxyómenos, la statua di un atleta che si deterge con lo strigile dopo l’allenamento. Questa scultura rappresenta una vera rivoluzione artistica: la figura non è più rigida e frontale, ma dinamica, pensata per essere osservata da più punti di vista. Le proporzioni slanciate, la testa più piccola e il movimento del corpo contribuiscono a creare un forte senso di tridimensionalità.
Particolarmente affascinante è anche la figura del Kairos, personificazione del momento opportuno. Lisippo lo rappresentò come un giovane alato in equilibrio su una sfera, con una lunga ciocca di capelli sulla fronte e la nuca rasata, a simboleggiare il fatto che l’occasione può essere afferrata solo quando passa davanti a noi. Questa immagine diventa una metafora del destino umano: non possiamo controllarne l’esito, ma possiamo coglierne le opportunità al momento giusto. Attraverso esempi, immagini e ricostruzioni digitali, la professoressa Latini ha mostrato come Lisippo abbia profondamente innovato la scultura greca, introducendo nuove proporzioni, pose più audaci e un’idea di movimento che anticipa l’arte ellenistica. Il suo intervento ha permesso di comprendere quanto la ricerca artistica antica fosse dinamica e sperimentale, non meno creativa di quella moderna.
Prima degli altri interventi hanno avuto luogo le premiazioni dei vincitori del concorso “Ve lo racconto io il mito”, promosso dall’associazione Antico&Moderno. La nostra scuola ha riscontrato ottimi risultati essendosi classificata seconda, grazie al racconto di Daniele Cipriano e di Samuel Di Giovanni, alunni del II C, intitolato: Il ritorno in patria di Agamennone. I nostri compagni hanno dimostrato l’importanza della partecipazione da parte di alunni delle sezioni scientifiche ai concorsi su materie umanistiche. Per citare le parole di Carla Vetere: “Noi non dobbiamo essere classisti ma classicisti” invitando a non rendere elitaria la buona cultura.
La storia arrivata prima in classifica, scritta da Alice Casciaro, studentessa del liceo Galileo Galilei di Legnano, si è servita del mito di Filemone e Bauci per raccontare l’accoglienza che le persone sono capaci di dimostrare nonostante tutto.
È poi intervenuto Tommaso Braccini, docente dell’Università di Siena. Nel suo intervento ha parlato di Luciano di Samosata, autore greco del II secolo d.C., spiegando perché ancora oggi vale la pena leggerlo e studiarlo. Braccini ha individuato quattro motivi principali che rendono Luciano attuale, interessante e divertente.
Il primo motivo è che Luciano, in fondo, è “uno di noi” dice Braccini. Nato a Samosata, in Siria, non parlava greco come lingua madre, ma lo imparò a scuola, proprio come fanno oggi gli studenti. In una sua opera autobiografica, Il sogno, racconta come da bambino fosse indeciso tra il lavoro manuale e lo studio. Dopo un breve e sfortunato tentativo come apprendista scultore, fece un sogno in cui due figure femminili, la Scultura e l’Educazione che gli offrivano strade diverse. Luciano scelse la paideia, cioè lo studio, e partì per imparare bene il greco, diventando uno dei più grandi scrittori della sua epoca. Il secondo motivo è che Luciano è estremamente divertente. Scrive in un greco chiaro, semplice ed elegante, e le sue opere sono ricche di fantasia, ironia e colpi di scena. Tra i suoi testi più famosi c’è La storia vera, considerata una delle prime opere di fantascienza: racconta un incredibile viaggio immaginario che porta i protagonisti fino sulla Luna, dentro il ventre di una balena e nelle Isole dei Beati, dove Luciano incontra perfino Omero. Attraverso il gioco e l’assurdo, l’autore prende in giro i falsi sapienti e invita a non credere ciecamente a tutto ciò che viene tramandato. Il terzo motivo è che la comicità di Luciano non è mai superficiale. Attraverso la satira, egli combatte la superbia, la menzogna, la credulità e le superstizioni. In molte opere smaschera falsi profeti, maghi e ciarlatani, invitando i lettori a usare il pensiero critico. Il quarto motivo è di carattere storico e civile. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, alcuni teorici razzisti legati al nazismo tentarono di escludere Luciano dagli studi scolastici, considerandolo “pericoloso” per la sua origine orientale e per il suo spirito critico. Proprio per questo, ha concluso Braccini, leggere Luciano oggi significa difendere la libertà di pensiero, il valore della cultura e il rifiuto di ogni forma di discriminazione.
Dopo quest’intervento, la conferenza ha preso una piega più musicale, per così dire. È stata infatti effettuata la premiazione dei vincitori dell’altro concorso di Antico&Moderno “Canta Grecia”. Anche qui il nostro liceo si è classificato secondo, nella categoria degli originali, grazie alla canzone L’alba del dissenso, scritta dagli alunni del IV E con l’aiuto della professoressa D’Amico e del professor Freda. Si sono classificate prime le ragazze Lucrezia e Rebecca Ricci del liceo Celio Roccati di Rovigo negli originali con la canzone “Lacrime silenziose” un retelling in chiave moderna e drammatica del mito di Teseo e Arianna. Nella categoria delle cover si sono piazzate al secondo posto Elisa Puzzone e Sara Petrosino del liceo Fermi di Policoro, con il mito di amore e Psiche adattato alla melodia di Can’t take my eyes off you di Frankie Valli, e al primo posto i ragazzi del liceo Benedetto da Norcia di Roma che hanno parlato del modo di cui si sono serviti Protagora e Gorgia per diffondere la loro filosofia sulle note del brano Il gatto e la volpe di Bennato, scrivendo il testo in greco.
E sempre a suon di musica è proseguita la mattinata con l’ingresso di Teo Melissinobulos e la sua band. Il musicista si è dichiarato onorato di vedere la sua cultura profondamente rispettata da un altro Paese il cui passato è strettamente collegato alla sua terra. Si è detto fiero di vedere così tanti volti giovani intenti a riscoprire la bellezza della Grecia con gioia sui volti e curiosità ma soprattutto con voglia di comprendere e conoscere.
La band ha suonato alcune delle canzoni sì moderne, ma affondano le radici nella tradizione: una tradizione che si è fatta sentire così tanto che quasi tutti i presenti, come ammaliati da Tersicore stessa, hanno cominciato a ballare riempiendo l’aula magna di risa e gioia.
Si è poi passati agli ultimi due interventi della giornata.
Il primo è stato quello del professor Alberto D’Anna, ordinario di Letteratura cristiana antica e direttore del Dipartimento. D’Anna inizia il suo intervento ponendo una domanda tanto semplice quanto complessa: perché studiare i Vangeli? Innanzitutto, ha spiegato, i Vangeli non costituiscono un unico genere letterario. Sono testi molto diversi tra loro: alcuni raccontano la vita di Gesù, altri si concentrano solo su singoli episodi o raccolgono esclusivamente i suoi detti. Esistono infatti Vangeli canonici, riconosciuti dalla tradizione cristiana, e Vangeli apocrifi, come quello di Nicodemo o di Tommaso. Ciò che li unisce è il riferimento centrale alla figura di Gesù.
Proprio questo ha spinto gli studiosi a interessarsi sempre di più a questi testi, con l’obiettivo di comprendere meglio la figura storica di Gesù. Tuttavia, per molto tempo, i Vangeli sono stati guardati con sospetto sia dal mondo accademico, che faticava a collocarli in un preciso genere letterario, sia da quello ecclesiastico, che li considerava esclusivamente testi di fede. Nell’Ottocento, alcuni studiosi arrivarono persino a definirli “preletteratura”, ritenendo che fossero semplici trascrizioni di racconti orali.Gli studi moderni hanno invece mostrato che i Vangeli sono opere letterarie complesse, costruite secondo codici narrativi precisi. Analizzandone il linguaggio, lo stile e le differenze tra un racconto e l’altro, si è capito che ogni evangelista scrive con un obiettivo preciso, per un pubblico specifico. Per questo, gli stessi episodi possono essere narrati in modo diverso: non si tratta di cronache, ma di testi che interpretano e trasmettono un messaggio.
Questo valore letterario ha affascinato anche scrittori contemporanei. Il professor D’Anna ha citato Sandro Veronesi, che ha dedicato un libro al Vangelo di Marco, definendolo un testo “entusiasmante” per la sua forza narrativa e per la capacità di coinvolgere il lettore, costringendolo a seguire con attenzione e partecipazione la figura di Gesù. Infine, D’Anna ha sottolineato anche l’importanza dello studio filologico dei Vangeli, cioè l’analisi scientifica dei testi e delle loro varianti. Questa disciplina rappresenta una delle sfide più complesse per i filologi, tanto che anche grandi studiosi del passato si sono misurati con l’edizione critica del Nuovo Testamento. Lo studio dei Vangeli continua ancora oggi a suscitare interesse e a porre nuove domande, offrendo stimoli fondamentali dal punto di vista storico, letterario e culturale. Un campo di ricerca sempre aperto, capace di coinvolgere credenti e non credenti, studiosi e semplici lettori.
L’ultimo intervento della mattinata è stato dedicato a Costantino Kavafis, poeta greco moderno vissuto tra il 1863 e il 1933 ad Alessandria d’Egitto, città che rappresenta una vera e propria periferia della grecità. Pur appartenendo all’epoca contemporanea, Kavafis può essere considerato l’ultimo degli alessandrini. Il relatore ha spiegato come Kavafis sia il poeta del “non più e del non ancora”, sospeso tra passato e futuro, tra la fine delle grandi certezze e l’inizio di una nuova epoca. In un mondo dominato dal rumore, dalla velocità e dall’ossessione per l’apparenza, la sua poesia invita al silenzio, alla riflessione e alla profondità. Secondo Kavafis, infatti, la verità non si trova nelle urla delle piazze, ma in ciò che resta quando le luci si spengono. Attraverso la lettura di alcune sue poesie celebri, come Aspettando i barbari, è emersa una forte critica alla società e al potere. In questo testo, la città attende l’arrivo dei barbari come una soluzione a tutti i problemi, ma quando essi non arrivano, resta solo il vuoto. Il messaggio è chiaro: spesso costruiamo nemici e alibi per evitare di assumerci le nostre responsabilità. I “barbari” diventano così il simbolo di tutto ciò che ci solleva dal peso di decidere.
Un altro momento significativo è stato dedicato alla poesia Il Dio abbandona Antonio, in cui Kavafis invita ad affrontare la sconfitta con dignità e coraggio. Lontano da ogni vittimismo, il poeta insegna ad accettare il destino senza rimpianti, trasformando anche il fallimento in un’occasione di crescita. In un’epoca che esalta solo il successo, questo messaggio appare particolarmente attuale. Grande spazio è stato riservato anche a Itaca, forse la poesia più conosciuta di Kavafis. Spesso interpretata come un inno al viaggio, essa propone invece una riflessione più profonda: ciò che conta non è la meta, ma il cammino. Itaca rappresenta il pretesto per mettersi in movimento, per fare esperienza e maturare. Il vero valore non sta nel raggiungere un traguardo, ma nel percorso compiuto. Siamo invitati così a dover riscoprire il senso della lentezza, della complessità e della memoria culturale. La vera identità, suggerisce il poeta, non è data dai confini geografici o dai documenti, ma dalle parole che scegliamo, dai libri che leggiamo e dalla cultura che custodiamo.
La mattinata dopo i ringraziamenti, è così giunta al termine, ma il ricordo di questa rimarrà, carico di significato, come scolpito nel bronzo. Tanto è stato dato agli e dagli studenti che con interesse hanno preso parte a questa nuova tradizione, se così vogliamo chiamarla, che ormai riunisce scuole da tutta Italia da una decade e che continua a ispirare le giovani menti, lo potremmo quasi definire un simposio allargato: sicuramente non ci sarà il vino, ma con l’atmosfera di vicinanza e amicizia unito agli innumerevoli spunti di riflessione non può che essere uno dei modi in cui la cultura greca si è ramificata e ha trovato espressione nella modernità.
