È ancora vuota l’aula conferenze della biblioteca comunale di Ladispoli, quando noi redattori del Res Novae ci presentiamo. Dario Amadei e Elena Sbaraglia ci accolgono calorosamente: saranno loro a tenere la conferenza su vita e opere di Italo Calvino, in occasione del centenario dalla nascita dello scrittore.
Dario esordisce parlandoci di sé: è medico e da quarant’anni si occupa di studiare e applicare la biblioterapia sui suoi pazienti. Si tratta di un metodo alternativo che si basa sulle impressioni e sui sentimenti del lettore, tralasciando lo studio distaccato della critica letteraria, come purtroppo avviene in ambito scolastico. Centrale è il ruolo dei neuroni specchio, che permettono una connessione empatica e una interpretazione personale dei testi, libere da idee premodellate da altri. La stessa letteratura è lo specchio della realtà. Afferma Amadei: “Come Perseo, avvalendosi del suo scudo, riesce a vedere e a uccidere Medusa, allo stesso modo la letteratura è il riflesso di tutto ciò che caratterizza la società, nel bene e nel male. La letteratura ci permette, quindi, di avvicinarci al marciume e alla miseria della società, senza rimanerne pietrificati”.
Fatta questa premessa, si passa al vero protagonista dell’incontro. Poiché, come ammette lo stesso Amadei, “un autore non si può limitare a un tomo su una mensola”. Parlando di Calvino, non si può scindere dalla sua biografia. A partire dalla nascita a Cuba, dove lo scrittore incontrerà Che Guevara e Fidel Castro, e dall’ambiente prettamente scientifico della famiglia Calvino. I genitori si occupavano di agronomia, altri parenti erano “chimici sposati con chimici”, sottolinea Amadei. Il fratello era nel campo dell’ingegneria mineraria. Italo era l’unico letterato e perciò si definiva “la pecora nera della famiglia”. Studia prima alla facoltà di Agraria di Torino, per assecondare i genitori, poi si sposta a Scienze Forestali a Firenze, ma a causa della guerra è costretto a sospendere gli studi. Riprenderà, a conflitto terminato, con Letteratura, unica vera vocazione. L’immersione nell’ambiente partigiano, durante la Guerra, e l’amicizia con Vittorini e Pavese influenzeranno profondamente il suo lavoro. La sua prima opera, pubblicata nel 1947, è Il sentiero dei nidi di ragno. Qui i ragni sono l’incarnazione metaforica dei partigiani e delle loro malefatte occulte, portate alla luce dal giovane e disinibito protagonista Pin. “Mostruoso”, lo definisce ironicamente Amadei. Pavese ne rimane talmente folgorato da definire Calvino “uno scoiattolo della penna, che si arrampica sulle piante più per gioco che per paura e osserva la vita dei partigiani come se si trattasse di una favola di bosco”. Che sia questo d’ispirazione per Calvino nel Barone rampante? chiederà poi uno dei presenti.

Successivamente Calvino si approccia al genere della fiaba, utile al raggiungimento della leggerezza, di cui poi tratterà nelle Lezioni americane, e al coinvolgimento immersivo del lettore. La leggerezza si ottiene tramite la scarnificazione del testo, affinché questo sia accessibile a ogni genere di lettore. Le parole devono, perciò, essere semplici, ma non banali. Questo ideale si concretizza con le Fiabe italiane, selezione di duecento racconti del folclore regionale italiano pubblicata nel 1956. Qui Calvino viene definito “il terzo Grimm”. A differenza dei due fratelli, che giravano la Germania a cavallo e che disponevano di cinquanta narratori, Calvino deve ricorrere a un insieme di fonti scritte e orali. L’aura fiabesca contagia anche la Trilogia dei nostri antenati, raccolta dei più celebri romanzi dello scrittore. Il visconte dimezzato (1951) rivela, con arguzia e magia, la scissione interiore dell’uomo: una parte umana e razionale, una parte selvaggia e istintiva. L’uomo, dice Amadei, è come un Minotauro, metà umano e metà animale. Con Il barone rampante (1957) Calvino analizza la lotta per la libertà individuale. Ma la stessa libertà, inizialmente tanto inebriante, può tramutarsi in gretta ostinazione e quindi prigione. Cosimo, a costo di rimanere fedele a sé stesso, rinuncia a vivere. Amadei critica un articolo in cui Cosimo viene paragonato al gabbiano Jonathan Livingston. A differenza di quest’ultimo, che supera i limiti della sua specie, Cosimo diventa schiavo e non padrone della sua stessa scelta. Ne Il cavaliere inesistente (1959) Calvino palesa la sua adorazione per i classici. La storia, difatti, è quasi interamente ispirata all’Orlando furioso, di cui in seguito l’autore proporrà una versione commentata. Agilulfo, protagonista del romanzo, è “un guscio vuoto”, esemplare nella disciplina militare, ma privo di ogni sentimento. Così l’uomo moderno è spesso anche una scorza vuota priva di sostanza, ma fatta solo di apparenza. “Quanti uomini vuoti conoscete?” ci chiede Amadei sorridendo.
La mentalità visionaria di Calvino emerge da La nuvola di smog e La formica argentina. Nel primo racconto le persone che vivono nella opprimente bolla di inquinamento vorrebbero liberarsene ma traggono profitto dal non agire. Nel secondo, un’invasione di formiche argentine costringe le persone a contrastare l’attacco con prodotti ancora più nocivi delle stesse formiche, in realtà innocue. Ancora, in Marcovaldo l’anima campagnola del protagonista lo costringe a ricercare nella città in cui si è trasferito, interamente cementificata, la natura perduta. “Calvino è un visionario, aveva predetto il rapporto dell’uomo con la natura”. Un rapporto che oggi sappiamo essere tossico, perché l’uomo distrugge l’ambiente in cui vive e prende senza dare indietro.

L’impronta scientifica dei genitori si ripresenta in occasione dell’arrivo di Calvino a Parigi. Qui entra in contatto con degli scienziati che si occupano di letteratura combinatoria: la narrazione viene esaminata matematicamente e interpretata sotto molteplici prospettive, in modo da immergervi profondamente il lettore. Nascono così Le cosmicomiche (1963-1965) come tentativo di spiegare i fenomeni scientifici e naturali in maniera semplifcata e allettante. Sulla stessa scia pubblica Le città invisibili (1972). Marco Polo racconta a Kublai Khan, imperatore dei Tartari, di cinquantacinque città che ha visitato, tutte sospese fra realtà e immaginazione. Alcune città sono molto simili fra loro, perché identico è il fine narrativo: descrivere il rapporto fra uomo e città, parlare di come l’uomo costruisca e distrugga la sua stessa casa. “Dobbiamo trovare noi qualcosa di non infernale in una città infernale”, così Elena Sbaraglia, prendendo la parola, descrive il complesso concetto tutto moderno dell’uomo-distruttore che è l’artefice del proprio stesso inferno. Inoltre, tutte le città portano il nome di una donna della classicità, a riprova dell’amore per i testi classici.
Amore che riemerge anche nelle Lezioni americane, insieme di discorsi tenuti presso l’università di Harvard nel 1988 per spiegare le caratteristiche fondamentali della letteratura secondo Calvino. La più importante di queste è la leggerezza, di cui prima: “Se non si è leggeri, liberi dal superfluo ( che non significa essere superficiali) non si può essere liberi”, conclude Sbaraglia.
Terminiamo chiedendo perché Calvino, così attento nel ricercare la non banalità, sia stato egli stesso vittima di ciò contro cui si batteva. Ci dicono che i motivi sono vari. La mancanza di coraggio nel proporre un’analisi personale e nel valorizzare l’opinione di ognuno nelle scuole, lo stereotipo di un Calvino adatto solo per i piccoli, il limitarsi ad affrontare solo i caratteri principali, senza scavare a fondo. È tipico dei nostri tempi.

Grazie Giorgio Maria Putti e Giulia Sangermano per la vostra partecipazione e per aver scritto un articolo così attento e articolato, complimenti, bravissimi
Grazie davvero e alla prossima!
Grazie Giorgio Maria Putti e Giulia Sangemano per la vostra partecipazione e per il vostro bellissimo articolo, complimenti