Il carciofo è una pianta tipica del Mediterraneo ed appartiene alla famiglia Asteracee. Il suo nome scientifico è Cynara scolymus. Cynara proviene dal latino “cinis”, (“dalla cenere”). Viene chiamato così proprio perché è con la cenere che si concima il terreno per la coltivazione del carciofo.

La leggenda della nascita del carciofo

Ma perché fu proprio scelto il nome Cynara? Secondo una leggenda greca, Cynara era una bellissima ninfa con un volto luminoso, la pelle rosata, un portamento elegante, gli occhi verdi con delle pagliuzze viola e dai capelli color cenere. Era proprio per i suoi capelli che le era stato dato il nome Cynara. Un giorno Zeus, mentre stava passeggiando per andare a far visita a suo fratello Poseidone, vide la ninfa su una spiaggia della Sicilia e se ne innamorò perdutamente. Dopo questo fatto, troviamo due diverse versioni della storia con lo stesso finale. Secondo la prima versione, il dio sedusse Cynara, che trasformò in dea per portarla sull’Olimpo con lui, ma, trascorso un po’ di tempo, la ninfa, triste per la mancanza dei propri familiari, scappò. Nel secondo caso, la ninfa rifiutò fin dall’inizio le attenzioni di Zeus. Comunque, in entrambe le versioni, il dio, in un momento d’ira causato dal “tradimento”, trasformò la ninfa in un ortaggio: un carciofo dal colore verde, con sfumature e fiori viola, come gli occhi della ragazza, spinoso e duro all’esterno – a causa del suo rifiuto al padre degli dei – ma tenero all’interno, come il carattere gentile delle dee.

Il carciofo dell’antichità, conosciuto anche da popoli come gli Egizi, non era uguale a quello di oggi, ma era una varietà selvatica chiamata “cardo”. Quest’ultimo, a differenza del carciofo, era una pianta più piccola, dura e spinosa e con fiorellini violacei. Era conosciuto per le proprietà  rinfrescanti, diuretiche, benefiche e mediche (veniva utilizzato per curare i disturbi del fegato). Dagli Egizi e dai Greci, esso veniva  considerato un “dono del sole”, mentre gli arabi lo chiamarono alkharshuf, “spina della terra”.

Carciofo romanesco

La riscoperta del carciofo

Questa pianta venne messa da parte dopo il periodo romano e per buona parte del Medioevo, perché considerata un alimento duro, amaro e spinoso. Rimase sconosciuta fino alla seconda guerra mondiale, quando venne riscoperta grazie alla elevata produzione di boccioli da mangiare, alla lunga vita produttiva della pianta (fino a 6 o 7 anni) e alla facilità di coltivazione.

Nel Lazio, la coltivazione del carciofo sembra risalire agli Etruschi, al quale viene attribuito l’addomesticamento della varietà selvatica che col tempo è diventata quella che conosciamo oggi. È anche grazie a loro che il Carciofo Romanesco è stato il primo prodotto Italiano a ricevere, nel 2001, il marchio IGP. Oggi viene coltivato sul litorale laziale, in particolare a Ladispoli, Cerveteri, Santa Marinella, Tarquinia e Tolfa.

A Ladispoli, il grande successo di questa coltura spinse la Pro Loco a rilanciare il prodotto nell’economia della città. Il 2 aprile 1950, esso entrò a far parte delle tradizioni della città la Sagra del Carciofo Romanesco.

Le principali parti della pianta

Prima di parlare della raccolta del carciofo è importante dire che esso è composto da tre parti: un cimarolo (la parte principale e superiore del carciofo), tre braccioli (la parte intermedia) e quattro-cinque costoloni (la parte inferiore). Oltre a questi tre elementi, la pianta produce anche i “carciofini” (dei carciofi più piccoli), che possono essere anche fino a 30-32 per pianta. Tutte queste parti vengono vendute e raccolte separatamente.

Come si coltiva il carciofo? Ce lo racconta un coltivatore

Ladispoli e Cerveteri, grazie al loro territorio vulcanico, da sempre sono state privilegiate per la coltivazione del carciofo. Ma come si coltiva il carciofo? Per capirlo meglio abbiamo intervistato un agricoltore locale, specializzato nella coltivazione di carciofi, il quale ci ha raccontato che i carciofi possono essere messi a dimora in due modi differenti. Il primo è il metodo del “ciocchetto”. Il carciofo viene piantato a settembre, e quando la pianta è cresciuta un po’, viene tagliata a circa tre centimetri dal livello del terreno. La parte rimasta viene divisa in quattro sezioni. Le piante vengono innestate a una distanza di 80 centimetri circa tra una e l’altra e a circa 1,40 metri tra una fila e l’altra.

Il secondo metodo è quello del “cardino”, secondo cui non vengono piantati i semi veri e propri, ma vengono utilizzate le piantine cresciute spontaneamente accanto alla pianta principale e chiamate, appunto, “cardine”. Quando queste raggiungono i 15 centimetri circa vengono separate dalla pianta madre per essere trapiantate.

Con le nuove tecniche, il ciocchetto non viene direttamente piantato nel campo, ma in vasi di plastica, contenenti torba. Quando la pianta raggiunge i 15 centimetri di altezza, verrà trapiantata nel campo. Sicuramente, questo è il metodo più utilizzato, benché sia il più dispendioso, però permette di proteggere le piante dalle malattie e da animali come topi e arvicole.

Verso dicembre, le piante vengono “scardinate”, cioè vengono tolti i cacci superflui nati intorno alla pianta principale; successivamente vengono concimate con un concime chimico-organico.

Più è piovoso l’ambiente in cui cresce la pianta e più carciofini essa produrrà. Il carciofo si raccoglie nelle nostre zone a partire dal mese di febbraio, quando il capolino ha le giuste dimensioni e le punte sono ancora ben chiuse. Una volta i carciofi venivano raccolti tramite delle ceste, che venivano portate in spalla dai raccoglitori. Oggi invece la raccolta avviene direttamente con un trattore rialzato (alto da 1,30 m. a 1,40 m.), con un rimorchio sollevato (e non a traino).  Dopo la raccolta, i cimaroli vengono legati a mazzi da dieci che sono posti “in piedi” durante il trasporto, mentre i cimaroli e i costoloni vengono incassettati o più raramente legati a macchina.

Successivamente i coltivatori di piantagioni locali portano i propri carciofi ai mercati generali di Roma, mentre i coltivatori minori li vendono nei supermercati locali. Di solito, la parte più acquistata è il cimarolo, anche se molti non sanno che in realtà essa è la parte “peggiore” del carciofo, perché quella più sottoposta alle intemperie e ai trattamenti, mentre la parte “migliore”  è il  costolone, quella più sana e più buona, anche se più brutta dal punto di vista estetico.

Le qualità di carciofo che un tempo si potevano acquistare erano il “campagnano” e “castellammare”, ma ora entrambe sono state sostituite da varietà più precoci, che vengono raccolte con circa un mese di anticipo.

Quest’anno, purtroppo, con la gelata di fine febbraio, i contadini hanno riscontrato molti problemi nella coltivazione dei carciofi, perché i boccioli sono stati “bruciati” dal gelo, assumendo all’interno un colore marrone.

I benefici dei carciofi

Questo alimento, sia fresco che conservato, dovrebbe essere consumato tutto l’anno. Infatti il carciofo ha un elevato potere antiossidante è ricco di vitamine, specialmente A, B, C ed E. Possiede, inoltre, una sostanza chiamata cinarina, che gli dona il suo caratteristico sapore amaro ma anche molte proprietà benefiche e terapeutiche. Nella tabella possiamo osservare quali sono i valori nutrizionali di circa 100 g di alimento (crudo). Importante è dire che esso contiene solo 50kcal e 84gr di acqua.

Grafico nutrienti del carciofo
Proteine: 2,7g – Carboidrati: 2,5g – Fibre: 1,1g – Grassi: 0,2g

I benefici del carciofo sono davvero tanti: ad esempio abbassa il colesterolo, dà benefici al cuore, aiuta nella cura del diabete, favorisce la salute del cervello e delle ossa.

Insomma, il carciofo è proprio un alimento “magico”, che non deve mancare mai sulle nostre tavole.

Fonti:
immagine in evidenza, immagine articolo

5 pensiero su “Il carciofo e la sua storia”
  1. Bravissima 👏 Bello scritto e molto interessante e mi ha affascinata tanto la Storia del Carciofo. Complimenti

  2. Noi lo mangiamo spesso il Carciofo cotto in tanti modi. Mio marito va matto e poi si deve dire e buonissimo 😋

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