Il 28 febbraio del 2026 è la data di inizio del conflitto Usa vs Iran che ha monopolizzato l’attenzione dei media; questa guerra, che vede coinvolti da un lato Israele e USA e dall’altro l’Iran, è una delle tante esplicitamente promosse da Trump durante i suoi due mandati.

È giusto pensare che Trump sia uno dei presidenti che non ha mai iniziato una totalmente nuova compagna militare, però bisogna tenere in considerazione come le sue decisioni abbiano promosso e esacerbato le guerre in cui gli Usa erano già coinvolti, basta pensare all’Afghanistan e alla Siria, nelle quali furono incrementati bombardamenti e operazioni militari. “La pace attraverso la forza” è uno dei motti più usati dal presidente come pretesto per le sue scelte estreme.

Questa “pace” tanto cercata, secondo gli americani, è minacciata da molti paesi del Medio Oriente, i quali dovrebbero disporre di armi nucleari. Proprio con questo pretesto, Trump ha deciso di unirsi al premier israeliano Netanyahu negli attacchi all’Iran, paese che viene accusato di arricchimento di uranio. L’accusa viene formulata da Netanyahu da oltre 30 anni, che fin dal 1995 pronuncia discorsi sul fatto che gli iraniani stiano preparando un’arma nucleare, ma di cui, ancora oggi nel 2026, non abbiamo tracce. Bisogna ricordarsi però che furono già presi provvedimenti in passato sulla questione, infatti l’Iran ha ratificato nel 1970 il trattato di non profilazione nucleare, e nel 2015 ha anche firmato il JCPOA, un accordo con Usa, Cina, Russia, Francia, Regno Unito e Germania, che imponeva limiti al programma nucleare iraniano.

L’immagine condivisa da Trump sui suoi account social

Un’altra delle giustificazioni usate è quello del “regime change“, che consiste sostanzialmente in un’ideologia secondo la quale gli americani “esportano” la democrazia nei paesi meno civilizzati. Oltre a essere un concetto razzista e sbagliato, in quanto richiede un intervento militare su un paese estero non direttamente ostile, non si è mai dimostrato funzionante, come si è visto con Afganistan, Yemen, Iraq, Somalia, Libia e Siria tutti paesi che nell’ultimo ventennio gli Usa hanno minacciato o attaccato.

Ad aprile del 2026 l’Iran ha inviato agli Stati Uniti, attraverso l’intermediario Pakistan, 10 punti per istituire la pace e porre fine al conflitto, e Trump ha dichiarato di ritenere i punti validi e trattabili, il che fa ben sperare gli Iraniani. Grazie ad alcune indiscrezioni di media pakistani, sappiamo quasi certamente le condizioni esposte in questi 10 punti. Il quarto e l’ottavo punto riguardano l’autorità regionale, che sarà di nuovo iraniana, così come sarà iraniano il controllo sullo stretto di Hormuz, molto ambìto dagli Usa. Un altro dei 10 punti (seppure non confermato ancora al 100%) riguarda l’accettazione dell’arricchimento di uranio da parte dell’Iran. Al piano in dieci punti gli USA hanno ribattuto con una controproposta a quindici punti. Nelle scorse ore, un nuovo ultimatum, in cui chiede all’Iran, pena l’annientamento, di accettare le quindici proposte. La posta in gioco è alta: gli USA non possono rinunciare a tutti i pretesti per cui si è cominciata la guerra. Hanno invaso uno stato, devastando città e facendo stragi, andando incontro a costi altissimi: non potranno fermarsi facilmente, per tornare a casa con più tensioni di prima.

Ovviamente non sappiamo quanto durerà ancora la guerra guerra né che piega prenderà. Inoltre, non siamo a conoscenza di nulla di certo sui dieci punti né sui quindici punti, ma ciò su cui possiamo essere tutti d’accordo è che gli americani non hanno attaccato l’Iran solo per prevenire un conflitto atomico. Le vere ragioni sono da ricercare nel forte legame tra Trump e Netanyahu e, soprattutto, nelle enormi riserve petrolifere dell’Iran.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *