Sabato 18 ottobre, l’aula magna del Liceo “Ignazio Vian” di Bracciano è gremita di studenti non solo del Vian ma anche del nostro liceo “Sandro Pertini” e del liceo di Bassano. Vi chiederete cosa porti così tanti studenti a venire a scuola di sabato mattina: l’incontro con Giovanni Impastato, fratello minore di Peppino Impastato, l’uomo che si dedicò alla lotta contro la mafia, sacrificando la sua stessa vita.

L’appuntamento si è aperto con il meraviglioso brano I cento passi dei Modena City Ramblers, interpretata dai Blackout, una band di giovani. Successivamente la dirigente scolastica dell’istituto, la professoressa Lucia Lolli, ha espresso la sua gratitudine nel vedere così tanti giovani aver preso parte all’iniziativa, definendola un momento di fondamentale importanza e di dimostrazione di un forte senso di comunità.
Prima del discorso di Giovanni Impastato, è stato doveroso menzionare l’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci e a sua figlia, avvenuto solo due giorni prima. Un evento drammatico, che ci ricorda come i mezzi usati da chi ostacola la libertà non siano mai cambiati negli anni.


Uno schema ricorrente si cela dietro questi atti, ed è rintracciabile nelle esperienze di Giovanni e di suo fratello Peppino. Subito dopo l’intervento della dirigente hanno preso la parola alcuni rappresentanti delle istituzioni. Il primo a intervenire è stato il sindaco di Bracciano Marco Crocicchi, seguito dal comandante della stazione dei Carabinieri di Bracciano Fabio Torosantucci, che ha sottolineato l’influenza positiva che eventi come questo esercitano sulla nostra crescita e sulle persone che miriamo a diventare. In seguito, Eugenia Marciano e Silvia Marongiu si sono fatte portavoce dell’associazione “Libera”, che combatte contro l’illegalità con impegno e dedizione dal 1995. Marciano e Marongiu hanno sottolineato l’importanza dell’unità e del “fare rete” contro una mafia che da sempre divide e indebolisce.

È intervenuto poi l’ex funzionario del Ministero degli Interni di Roma Filippo Curcuruto, che ha raccontato il suo incontro con Giovanni Falcone. Un semplice pranzo di cui egli ancora conserva un ricordo: un pacchetto di sigarette vuoto che Falcone lasciò sul tavolo. Ha proseguito leggendoci una poesia da un libro dedicato alla madre di Peppino e Giovanni intitolato: “Cara Felicia. A Felicia Bartolotta Impastato”,in cui viene espresso il dolore di una madre e viene denunciata l’ipocrisia di chi ha ignorato le sue parole, per poi elogiarla una volta defunta. Curcuruto ha concluso il suo intervento leggendo la poesia che Alda Merini scrisse in seguito alla morte di Falcone. Un atto di denuncia rivolto non solo contro la mafia, da lei definita “cavallo nero”, ma anche verso chi silenziosamente si è sottomessa ad essa.

Giovanni Impastato ha raccontato il periodo in cui lui e Giuseppe sono cresciuti, contestualizzando così i fatti che sono accaduti nella vita di suo fratello. Sono cresciuti a Cinisi, vicino Palermo, feudo di Tano Badalamenti. Le azioni che suo fratello intraprenderà, ci ha spiegato Giovanni, sono state fortemente influenzate dagli anni della sua adolescenza. Era appena un ragazzo quando si ritrovò immerso nello spirito di ribellione e violenza degli anni conosciuti come “anni di piombo”. Giovanni ha tenuto a precisare però che quegli anni, che nella visione comune sono visti come negativi, sono stati in realtà anni di grande partecipazione; una qualità di cui l’epoca corrente è carente. Furono anni di impegno culturale e sociale, venuti subito dopo il decennio del boom economico. Peppino viene cresciuto dalle proteste del movimento pacifista che si è sviluppato tra il ‘67 e il ‘68 contro la guerra del Vietnam, a cui presero parte importanti esponenti politici e della letteratura quali Leonardo Sciascia, Pierpaolo Pasolini, Alberto Moravia e Paolo Bufalini per citarne alcuni.  
Giovanni Impastato ha poi continuato con un breve excursus sull’evoluzione della mafia: da quella rurale, sviluppatasi dopo l’unità d’Italia grazie ai latifondi, a quella che, dal dopoguerra, precisamente dal 1959 (dopo l’incontro all’hotel delle Palme, in cui si è tenuto un incontro tra tutti i capi della mafia tra Italiani e Americani) si è impadronita delle città. La mafia ha cominciato così ad occuparsi di appalti, speculazione edilizia e della politica locale. Con il tempo si è trasformata in mafia finanziaria, che investe e ricicla il denaro e gestisce il commercio della droga. Nel frattempo si è sviluppata anche una “borghesia mafiosa” i cui protagonisti sono imprenditori, professionisti ma anche uomini di Stato: la mafia dei “colletti bianchi”. Con un potere così esteso, i mafiosi non hanno avuto più bisogno di guadagnarsi il favore dei politici, perché lo erano diventati loro stessi, logorando così nel corso degli anni lo Stato e la sua integrità.

Grazie a questa spiegazione è stato più facile capire il contesto in cui Peppino si è ritrovato a lottare e a capire l’impatto emotivo che un ragazzo giovane come lui possa aver subito davanti alla rivelazione che anche suo padre era un uomo di mafia.

Giovanni è andato avanti scendendo più in profondità riguardo i legami che vi erano tra la sua famiglia e la mafia.  Il padre Luigi Impastato era un membro di Cosa Nostra, e altri loro parenti erano coinvolti nell’ambiente mafioso. Per citarne uno, Cesare Manzella, il boss mafioso di Cinisi, era il cognato del padre. Cesare Manzella, aveva vissuto per anni negli Stati Uniti e aveva preso parte all’incontro nel ’59.
Grazie alla divisione delle terre e aree di comando che era stata seguita a quell’incontro, ottenne l’incarico di far erigere l’aeroporto di Punta Raisi in un luogo che fosse funzionale come centro di spaccio per l’eroina tra Cinisi, Capaci e Palermo. Successivamente Cesare Manzella prenderà parte alla prima guerra di mafia, scoppiata in seguito a un regolamento di conti su un carico di eroina. Fu ucciso il 26 aprile del 1963, con un carico di tritolo collegato al sistema d’accensione della sua Alfa Romeo. Questo fatto, ci riferisce Giovanni, scosse profondamente Peppino che, essendo più grande di lui, mise insieme tutti gli avvenimenti vissuti e in merito a questa vicenda si pronunciò dicendo: “Se questa è la mafia allora io la combatterò per il resto della mia vita”.

Tra i vari avvenimenti che hanno segnato la loro crescita, Giovanni riporta due aneddoti che precedettero la morte di Manzella, permettendo a Peppino di riconoscere il tutto come opera della mafia. Il primo fu il ritrovamento di una botola in casa loro, che permetteva al padre di nascondersi, ma che incautamente aveva lasciato aperta. Giovanni era confuso e sconvolto davanti alla rivelazione, come ci dice lui stesso, mentre suo fratello si calò dentro senza esitazione, scoprendo che quel passaggio portava fino alla casa del vicino, permettendo poi al padre di fuggire. La scoperta era avvenuta durante il trasferimento della famiglia nella casa di Cesare Manzella, loro zio. Qui i sospetti cominciarono ad accumularsi sempre di più. Giovanni ci racconta di come in quella casa vissero momenti tranquilli, accompagnati sempre però da un alone di sospetto. Ci racconta infatti che spesso giocavano con degli uomini, che però, quando i cani cominciavano ad abbaiare, li lasciavano e sparivano. La madre rivelerà loro in seguito che uno degli uomini con cui giocavano era Luciano Liggio, uno dei più potenti boss mafiosi, che si era rifugiato nella casa del loro zio. Questo ricordo in particolare dimostra non solo la capacità della mafia di celarsi dietro una maschera di affetto e compassione, ma anche come questa cerchi sempre di attrarre la gioventù affinché possa portare avanti la “famiglia”, il fondamento di cui la mafia si spaccia come protettrice.

Dopo la morte dello zio, Peppino si dedica interamente alla lotta contro la mafia. Nel ‘65 fonda il giornalino L’idea socialista e si oppone all’espropriazione di terreni ai contadini per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Punta Raisi. Nel ‘76 crea il gruppo Musica e Cultura e nel ‘77 fonda Radio Aut, il mezzo che sceglie per denunciare le illegalità ma soprattutto per deridere con ironia la mafia. Nella sua radio si prendeva gioco dei mafiosi: Badalamenti per esempio veniva chiamato da Peppino “Tano Seduto”. Furono proprio la radio ed il giornale a farlo cacciare di casa dal padre, nonostante le proteste da parte di sua madre Felicia.

Giovanni riprende il discorso di come si sia evoluta la mafia e parla della mafia di oggi come una mafia “sommessa”. Una mafia silenziosa, che abbassa il tiro quando ce n’è bisogno e che opera nell’ombra in tutti i settori di cui si è appropriata nel tempo. Una mafia che gode nuovamente della sua “inesistenza”, celata da persone che ancora una volta hanno deciso di schierarsi, per citare Alda Merini, con il “cavallo nero dell’apocalisse”.  Questo modo che la mafia ha di insinuarsi nella sfera sociale ma soprattutto politica rievoca nella mente di Giovanni Impastato un’intervista di Giovanni Falcone in cui egli afferma con fermezza che non si riesce a sconfiggere la mafia perché si trova nello Stato. Se la mafia non avesse tutti gli aiuti di cui dispone sarebbe già stata sconfitta. “Le vittime che erano nello Stato sono state uccise dallo Stato”, commenta Giovanni Impastato.

Giovanni comunica con fierezza che era proprio sul giornale di Peppino, prima che venisse chiuso per la sua “scomodità”, che si leggeva la frase: “Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda. Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi, prima di abituarci alle loro facce, prima di non accorgerci più di niente”. Prosegue con tono più malinconico il racconto della storia di suo fratello, che si interrompe bruscamente il 9 maggio del 1978 per mano di Gaetano Badalamenti e Vito Palazzolo. La morte di Giuseppe venne fatta passare come un attentato terroristico fallito, ma Giovanni e sua madre Felicia si batterono nonostante i vari tentativi di archiviazione del caso finché, nel 2002, i due malavitosi non furono condannati rispettivamente a 30 anni in carcere e all’ergastolo. La verità fu ottenuta non con la legge del taglione, come si faceva tra famiglie mafiose, bensì con la perseveranza e la giustizia.

Giovanni ha risposto poi alle domande degli studenti, che si sono dimostrati molto partecipi e curiosi. Uno studente chiede come sia riuscito a trasformare un dolore personale in un impegno verso il pubblico. Trattenendo le lacrime e tirando avanti, risponde di getto Giovanni. Una risposta breve e coincisa che racchiude però una forza straordinaria di uomo che nonostante il lutto, grazie anche alla resilienza di sua madre, ha portato avanti la battaglia per la verità e l’ha vinta trasformando la sua tristezza in determinazione, il dolore una virtù.

Una domanda riguarda il ruolo della madre Felicia nella dinamica familiare. Giovanni, con un sorriso ci racconta di come all’epoca Felicia non fu in grado di fare molto, moglie di un mafioso e profondamente cattolica non riuscì a divorziare da Luigi, ma sempre fu fiera di Giuseppe e sempre fu dalla sua parte, mentre era in vita e dopo la sua morte. Dipinge il ritratto di una donna forte, che aprì le porte di casa sua alle persone per conoscere la storia di suo figlio quando ancora rimbombava l’eco del tritolo, la donna che con volto sereno, il giorno del processo fece abbassare lo sguardo di Gaetano Badalamenti, pronunciando nel tagliente dialetto siciliano le semplici ma efficaci parole: “Tu fusti”, Tu sei stato. È grazie a lei se oggi abbiamo la Casa Memoria, che ricorda a tutti coloro che la visitano del coraggio di Peppino nel combattere una battaglia contro il nemico radicato nelle sue origini, contro un nemico che si trovava a cento passi da lui.

Sono intervenuti poi i rappresenti d’istituto in carica nel nostro liceo, Giulia Cocchia e Alessandro Grasso del V A, che hanno espresso la loro gratitudine a Giovanni per il suo tempo e per la sua storia, verso la dirigente, la quale ha preso da quest’anno, sotto la sua direzione, il liceo Sandro Pertini e ha tempestivamente comunicato questa iniziativa alla scuola, ma soprattutto verso i ragazzi, che nonostante il numero elevato si sono fatti notare per la loro partecipazione attiva e composta.  Giulia ha chiesto a Giovanni quanta fiducia si possa ancora riporre nella partecipazione della nostra generazione nel panorama sociale, politico, sportivo e culturale e come si possa ovviare a questa indifferenza che sembra caratterizzare i giovani di oggi. Giovanni ha confermato di essere molto fiducioso nei giovani di oggi, che stanno vivendo un’epoca molto particolare, profondamente diversa da quella da lui vissuta, e ha affermato che la soluzione a questa demoralizzazione è dare fiducia, perché quando dialoga con i ragazzi agli incontri e li vede curiosi ed emozionati. Vede nei loro occhi suo fratello Peppino e questo gli conferisce forza e speranza. Giovanni descrive con entusiasmo Casa Memoria, il patrimonio storico e culturale che custodisce e che ha attraversato tante battaglie, in primis l’assegnazione della casa del Badalamenti che riuscirono a unire alla casa in cui vissero a Cinisi, permettendo ai visitatori di ripercorrere i cento passi che veramente dividevano Peppino dal suo assassino. Racconta anche della lotta per l’assegnazione del casolare in cui fu tramortito Peppino, che inizialmente doveva essere abbattuto dalle ruspe. Ogni volta che vede dei ragazzi ripercorrere i luoghi e rivivere i momenti di cui lui ha respirato l’aria lo riempiono di gioia e di orgoglio.

Alessandro Grasso procede poi a chiedere se con i social media, al pari del giornale e della radio usati da Peppino sia possibile far fronte alla mafia. Riguardo ciò Giovanni non ha dubbi che i social possano essere strumenti molto efficaci per la divulgazione e la sensibilizzazione, ma ci tiene comunque a promuovere un uso misurato e consapevole di essi, poiché troppo spesso vengono impiegati, soprattutto dai giovani, in modo improprio, riflettendo anche sulla violenza giovanile che si sta espandendo a macchia d’olio tra le strade della nostra Italia cercando di fare appello alla nostra sensibilità, al nostro senso di giustizia e alla nostra empatia.

Sono due ultime domande a chiudere l’incontro, due domande che toccano tasti dolenti ma a cui Giovanni risponde con tenerezza: “C’è qualcosa che avrebbe voluto dire a suo fratello prima della sua morte? Se fosse vivo quali azioni pensa avrebbe intrapreso per portare avanti le sue battaglie?”

Lui risponde che avrebbe voluto far sapere al fratello quanto veramente gli volesse bene e se lo immagina, se oggi fosse vivo, sempre in marcia nelle proteste pacifiste, probabilmente a lottare non solo contro la mafia, ma anche contro le guerre che continuano ad affliggere la nostra realtà, proprio come quelle che affliggevano la sua.  

L’ incontro si chiude con sulle note dei Beatles, Let it be, cantato dai “Blackout”. Un augurio non a farsi trasportare dagli eventi ma a farsi ispirare dalla saggezza.

“Speaking words of wisdom, let it be”

Un pensiero su “L’incontro al Vian con Giovanni Impastato, un resoconto”

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