La pallanuoto non è sempre stata lo sport tattico e regolamentato che conosciamo oggi. Nasce nell’Inghilterra di fine Ottocento come una sorta di rugby acquatico. Le prime partite erano vere e proprie battaglie di resistenza nei fiumi e nei laghi. Solo col tempo si è spostata in piscina, diventando nel 1900 uno dei primi sport di squadra a entrare nel programma olimpico. L’Italia, con il leggendario Settebello, ha scritto pagine epiche di questa storia, rendendoci una delle nazioni più titolate al mondo.

Perché non è famoso come il calcio o sport più conosciuti? 

Il confronto con il calcio è inevitabile, ma la pallanuoto gioca una partita difficile su due aspetti. Il primo è la visibilità televisiva: sott’acqua succede di tutto (colpi proibiti, spinte, gambate), ma lo spettatore vede solo ciò che emerge e, poiché pratico questo sport so bene che gran parte dello spettacolo avviene proprio in questa parte. Questo rende difficile per una persona che lo vede per la prima volta capire quanto sia tecnico e fisico il gioco.

Il secondo aspetto è la logistica: un pallone da calcio lo puoi calciare ovunque, mentre per la pallanuoto serve una piscina profonda, porte galleggianti e una struttura dedicata. Questo ne limita la diffusione spontanea nei parchi o nelle piazze.

La barriera della fatica. La pallanuoto è uno sport d’élite non per censo, ma per impegno. Richiede una coordinazione fuori dal comune: devi nuotare a ritmi da velocista, lottare come un lottatore di greco-romana e avere la precisione di un cestista, il tutto senza mai poter toccare il fondo. Molti rinunciano perché l’approccio iniziale è durissimo: prima di divertirti con la palla, devi imparare a “sopravvivere” e restare a galla.

Appena la superficie dell’acqua si increspa, inizia una sorta di “gara alla sopravvivenza” che farebbe paura anche al più forte dei wrestler. C’è chi la chiama tattica, noi la chiamiamo lotta subacquea.

Il costume? Un optional. Il tuo costume diventa infatti la maniglia preferita dell’avversario. C’è chi lo usa per darsi la spinta e chi per tirarti indietro proprio mentre stai per scattare in contropiede. Se a fine partita il tuo costume è ancora della taglia originale, probabilmente non sei entrato in vasca.

La “bicicletta”: Sopra l’acqua sembriamo calmi, ma sotto le gambe lavorano e non si fermano per sostenere tutto il corpo a galla e non perdere di vista l’azione che sta avvenendo. E se l’avversario decide di usarti come scalino per saltare più in alto, allora serve la forza di un sollevatore di pesi solo per tenere il naso fuori dall’acqua.

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Ossigeno, dato per disperso. C’è quel momento critico, di solito al terzo tempo, in cui i polmoni bruciano e l’ossigeno sembra un lusso per pochi eletti. È qui che entra in gioco la resilienza psicologica. Devi restare lucido mentre qualcuno ti sta tirando giù e l’unica cosa che vorresti fare è risalire a respirare.

Giocare a pallanuoto significa accettare che per quaranta minuti sarai un po’ più basso, un po’ più trattenuto e decisamente molto più stanco di quanto avessi previsto. Ma è proprio questa resistenza invisibile, questa capacità di non mollare anche quando ti manca l’aria sotto un quintale di avversario, che ti unisce con il resto dei compagni e forma la passione e la voglia che ha una squadra di giocare a questo sport.

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Foto di copertina: Matteo Baronti da Pixabay

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