Non c’è niente di più bello che accendere lo stereo e isolarsi dal mondo facendosi trasportare dalle emozioni che, a prescindere da epoca, stile e genere, i musicisti ci sanno trasmettere. La musica si può ascoltare ovunque, può essere usata come linguaggio universale, ci fa compagnia e ci aiuta a comunicare messaggi che non riusciamo a dire a voce. Fiumi di parole, spesso confusionari, che rispecchiano lo stato d’animo dell’autore, il quale, in preda a forti emozioni, compone i suoi testi.
Ma proprio il furore emotivo dell’autore può trovare espressione negli errori grammaticali dei testi delle canzoni. Senza alcun dubbio il congiuntivo è il protagonista di questa storia triste. Maltrattato nel quotidiano, il povero tempo verbale viene pugnalato a più riprese in diversi testi di grande fama.
Si ricordi, ad esempio, con Adriano Celentano, in “Una carezza in un pugno” la dimenticanza del tempo verbale esatto: “Ma non vorrei che tu a mezzanotte e tre / Stai (stia) già pensando a un altro uomo”.
E che dire di Mina? In “Se telefonando” abbiamo una macchia da cineteca: “Se io rivedendoti / Fossi certa che non soffri (soffrissi) / Ti rivedrei”.

Purtroppo, però, il congiuntivo non è l’unico bersaglio dei grandi cantanti italiani. Si noti come Jovanotti in “Ragazzo Fortunato” metta a dura prova l’italiano in più di un’occasione: “Sono un ragazzo fortunato / Perché m’hanno regalato un sogno / Sono fortunato / Perché non c’è niente che (di cui) ho bisogno”; “Sei bella come il sole / A me mi ( a me fai / Mi fai) fai impazzire”.

Celentano, Mina e Jovanotti costituisco solo una minima parte di quei cantautori che si servono di licenze poetiche per la stesura dei loro testi. Spesso alcuni cantanti ne abusano, portando molti a credere che si tratti di veri e propri errori grammaticali. Ma una tale considerazione risulta priva di logica. Come fanno i testi di un famoso cantautore a essere pubblicati senza essere stati rivisti sul piano grammaticale?
Si tratta di errori voluti, atti a rendere il componimento più incisivo. Resta importante però, come scrive Vera Gheno in “Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi)”, che “Usare bene la nostra lingua è una cosa seria”.

